Archive for the 'film' Category

A Ameaça dos Robos Gigantes

Sergio 18th August 2010

Lavorando per la Disney (l’anno prossimo sono 10 anni…) ho scoperto che le storie che scrivo sono tradotte e pubblicate ai quattro angoli del globo. Secondo l’Inducks, database mondiale dei fumetti Disney, si può leggere la “mia roba” in Finlandia, Norvegia, Svezia, Olanda, Germania, Grecia, Danimarca, Polonia, Francia, Brasile, Portogallo, Spagna e Islanda. Ovviamente lo stesso vale per la produzione di tutti gli autori che scrivono e disegnano per la Casa del Topo la quale - è cosa ormai nota - non paga diritti d’autore per le numerose ristampe italiane ed estere.

A parte questo dettaglio, a noi sceneggiatori e disegnatori resta la soddisfazione di sapere che c’è gente, in giro per il mondo, che legge le nostre storie Disney.
Di recente mi è capitato di tenere tra le mani l’edizione brasiliana della storia Topolino e la leggenda dei robo-presidenti, grazie all’irmão Julio Schneider, curatore e traduttore delle testate Bonelli pubblicate nel Paese della samba.

Julio è stato così gentile da spedirmi qualche copia del Mickey che riproduce la storia rintracciabile in Italia su Topolino n. 2714, disegnata da Giorgio Cavazzano.
Chi avesse voglia di cercare nel blog troverà il soggetto e la sceneggiatura che pubblicai ai tempi.
Saludos, amigos!
Sergio

Qui, Quo, Qua & Penny speleologi spericolati (soggetto + sceneggiatura)

Sergio 2nd August 2010

Come forse avrete notato dal mancato aggiornamento di questo blog, ero in vacanza (vedi foto). Ora che le pile son state ricaricate cercherò, piano piano, di tenere il passo segnalando le ultime novità.

Inizio col recuperare una storia rimasta indietro, uscita due settimane fa su Topolino n. 2851. Qui, Quo, Qua & Penny speleologi spericolati è l’ultima (per ora) di una trilogia con protagonista Penny, cuginetta onesta dei Bassotti, personaggio che ideai anche graficamente nel 2005 quando scrissi la prima delle sue avventure (I Bassotti in: Arriva Penny!, Topolino n. 2608, disegni di Andrea Lucci). Un po’ di tempo dopo, su Topolino n. 2666, Penny tornava a impazzare nella storia Ottoperotto cane poliziotto, disegnata da Danilo Barozzi.

La terza storia, anche se uscita oggi, l’ho scritta tre anni fa. I disegni sono di Alessandro Gottardo. Allego come di consueto il soggetto e la sceneggiatura (per scaricarli basta un click).
La trama contiene diversi riferimenti a materiale narrativo a me molto caro, da Indiana Jones e il Tempio Maledetto alla storia Paperino e il ventino fatale (scritta e disegnata da Carl Barks), fino alla serie a cartoni animati Duck Tales, che in un certo senso può considerarsi figlia delle due suggestioni precedenti.
A tutti i fortunati che ancora devono partire… buone vacanze!
Sergio

Nick Hornby, «An Education»

Sergio 25th January 2010

Il nome di Hornby indicato come autore in copertina e la dicitura “testo del film” sulla fascetta mi hanno subito spinto all’acquisto del libro, dopo una rapida sfogliata, senza che avessi mai sentito parlare di An Education.
Si tratta della sceneggiatura, pubblicata dai tipi di Guanda, dell’omonimo film di prossima uscita al cinema (vedi locandina qui sotto). Sceneggiatura scritta da Nick Hornby, autore che apprezzo molto, di cui ho parlato qualche post fa a proposito del suo ultimo romanzo, Tutta un’altra musica.

Non sono poi molte le sceneggiature cinematografiche distribuite in libreria e, soprattutto, questa è la prima con cui Hornby si cimenta. La narrazione scorre, è avvincente; scene, dialoghi e personaggi sono incisivi, costruiti con efficacia e naturalezza. Certi dettagli nelle regie (le descrizioni di ciò che avviene in ciascuna scena), poi, sono davvero illuminanti. Insomma, c’è molto da imparare.
Parecchio interessante è il commento, sempre di Hornby, che precede la sceneggiatura. Lo scrittore racconta, con l’ironia propria del suo stile, le varie fasi della lavorazione del progetto (lo script è tratto da un volume precedente) rivelando dettagli appassionanti sull’adattamento alla scrittura cinematografica e sulle scelte operate. Compresa quella di riscrivere la scena finale: la versione scartata è comunque pubblicata in appendice.
Adesso sono piuttosto curioso di vedere il film al cinema: con una sceneggiatura così…
Sergio

Corso di Sceneggiatura 2010 all’Accademia

Sergio 14th September 2009

La prima volta è andata bene, quindi via con la seconda! Nel 2010 (probabilmente da febbraio/marzo fino a giugno) partirà la nuova edizione del mio corso Professione sceneggiatore presso l’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova (per info sulla prima edizione, click sulla pagina CORSO DI SCENEGGIATURA! qui sopra).
Questo nuovo corso sarà articolato in circa 50 ore totali e avrà frequenza bisettimanale, due ore a incontro. Per scaricare il programma del sito dell’Accademia fate click qui, oppure ne trovate un estratto sotto l’immagine.
Per altre informazioni sono a disposizione!
Sergio

Professione Sceneggiatore - Corso di Narrazione e Scrittura
di Sergio Badino

Quand’eri piccolo giocavi con i pupazzetti o le bambole e inventavi storie che duravano ore? Allora forse sei uno sceneggiatore.
Ognuno dei tuoi soldatini aveva, oltre che un nome, una storia passata? Allora forse sei uno sceneggiatore.
Conosci a memoria decine di film? Non perdi una puntata dei tuoi telefilm preferiti? Non sali mai su un autobus o su un treno senza qualcosa da leggere? Allora forse, chissà, magari, dentro di te c’è un potenziale sceneggiatore.
(Dall’introduzione al libro Professione Sceneggiatore di Sergio Badino, Edizioni Tunué, 2007, prefazione di Sergio Bonelli).

Programma sintetico:

1. Come trovare nuove idee e trasformarle in racconti, romanzi, soggetti, sceneggiature;

2. Come ideare personaggi convincenti ed efficaci;

3. Come scrivere un soggetto, il seme da cui nasce ogni forma di narrazione, e in cosa differisce da un racconto;

4. Come scrivere una sceneggiatura per un fumetto, per un cartoon o un film.

L’edizione 2009 del corso è sfociata nella mostra Tavole di Resistenza, che esponeva le sceneggiature dei 30 allievi illustrate dai ragazzi del corso di grafica dell’Accademia Ligustica e da alcuni disegnatori esterni. La mostra è stata ospitata per l’intero mese di giugno 2009 presso la libreria Feltrinelli di Genova.

Accademia Ligustica di Belle Arti
Largo Pertini, 4
16121 Genova – tel. 010560131 fax 010587.810
www.accademialigustica.it
e-mail: info@accademialigustica.it

The Wrestler

Sergio 21st August 2009

Frankenstein, o il moderno Prometeo, è il titolo completo del celebre romanzo di Mary Shelley. Se dovessi assegnare un sottotitolo al film The Wrestler, penso potrebbe essere Il moderno Frankenstein.
Ci sono tutti gli elementi di una classica storia di mostri (o “alla Tim Burton”, se vogliamo): la creatura nel suo mondo, la creatura che cerca di avvicinarsi al mondo degli “uomini normali”, la creatura che ne è respinta perché diversa, la creatura che ritorna quindi al suo universo d’origine per restarvi per sempre. Il viaggio dell’antieroe.

Mickey Rourke, con un che di frankensteiniano nell’aspetto, è un perfetto freak. Appartiene a un microcosmo del tutto isolato, quello delle vecchie glorie del wrestling che tirano a campare dilettando i fan di vent’anni prima. L’inevitabile accorgersi di non poter più sostenere i ritmi dei tempi d’oro fa sì che The Ram (nome di battaglia del personaggio) ambisca alla normalità che aveva allontanato, tentando di recuperare il rapporto con la figlia e cercando un lavoro “vero”. In parallelo intreccia una relazione con una spogliarellista non più giovane, di fatto un’emarginata come lui, l’unica che in fondo lo riesca a comprendere.
Ma il richiamo del ring è troppo forte per un “mostro” che ha preso e dato botte per una vita, specie di fronte alla presa di coscienza di non essere in grado di vivere come i cosiddetti “normali”.
Di fronte al rifiuto, alla non accettazione e all’emarginazione elargiti dalla società cosiddetta perbene, il “mostro”, il diverso, non ha scelta. Deve compiere l’ultimo viaggio verso il suo universo, l’unico dove possa essere sé stesso.
Una gran bella storia di personaggi e una riflessione da brivido sulla collettività in cui viviamo.
Sergio

Uomini che odiano le donne: romanzo e film

Sergio 7th July 2009

Consapevole del fatto che un film tratto da un romanzo è sempre un adattamento, non vado mai a vedere una pellicola presa da un libro pensando poi di fare un paragone. So che sono due cose diverse. Il film sarà sempre, inevitabilmente, una riduzione.
Sta, però, all’abilità dei realizzatori del lungometraggio fare sì che la storia sia godibile anche da parte di chi non ha mai letto il volume da cui è stata estrapolata.
Per esempio, io non amo il fantasy e non ho mai letto i libri di Tolkien, però ho trovato Il Signore degli Anelli di Peter Jackson uno spettacolo divertente anche per i non-fan della saga letteraria. Stessa cosa per il recente Coraline e la porta magica: non ho letto il romanzo di Neil Gaiman, ma la sceneggiatura di Henry Selick è avvincente, perfettamente costruita e non lascia con la sensazione che manchi qualcosa.
Sensazione che invece ho provato con Uomini che odiano le donne, film tratto dal primo capitolo della trilogia Millennium di Stieg Larsson.

Mi sono buttato nella lettura sull’onda dei commenti assai positivi al lavoro dello scrittore: per ora ho letto solo il primo libro, che intrattiene e avvince, ma a mio avviso è tutt’altro che privo di difetti. Mi pare che il romanzo di Larsson sia un tantino sopravvalutato… ma non vorrei uscire dall’argomento.
Il tomo, che comunque nel complesso mi è piaciuto, secondo me ingrana troppo lentamente: si entra nel vivo della storia soltanto dopo almeno 150 pagine circa. È un parere soggettivo, ci mancherebbe, ma l’impressione l’ho avuta.
Il film ha per forza di cose un ritmo più incalzante, dato che deve condensare in un paio d’ore le quasi 700 pagine del romanzo. Così facendo è inevitabile si perdano molti elementi che fanno del romanzo un thriller con agganci tematici alla corruzione storicamente dilagante della nostra società, specie nei suoi ceti più alti. Nel complesso gli sceneggiatori del film hanno fatto un buon lavoro, addirittura migliorando quello che secondo me è un passaggio chiave (lo racconto sotto l’immagine, per chi ancora non avesse visto né letto Uomini che odiano le donne).

Nel libro il protagonista Mikael Blomkvist arriva a sciogliere un nodo fondamentale per risolvere il mistero grazie alla figlia, di cui si è forse parlato una volta, e che non si è mai vista prima. La figlia del giornalista è quella che Vincenzo Cerami definirebbe un personaggio tinca (che appare, cioè, quel tanto che basta ad aiutare il protagonista): sta andando a una sorta di ritiro spirituale di un’associazione religiosa e di passaggio transita attraverso la remota casetta nella quale, isolato dal resto del mondo, il padre sta lavorando al caso della scomparsa di Harriet Vanger. La figlia di Blomkvist, religiosa praticante, come vede alcune sequenze di lettere e numeri sul cui significato il padre si sta lambiccando il cervello, gli fornisce la soluzione: si tratta di riferimenti al libro del Levitico. Il personaggio della figlia poi sparisce per il resto del libro, e non se ne riparla più. Senza di esso, però, il protagonista non avrebbe mai risolto quel punto nodale: un personaggio così importante nella trama dovrebbe essere approfondito.
Nel film, invece, il character della figlia è stato eliminato: la soluzione di quest’elemento cardine è data da Lisbeth Salander, la coprotagonista della vicenda che, inseritasi nel computer di Blomkvist – è un’abile hacker dalle mille risorse – riesce a capire e a risolvere il problema in maniera credibile.

Per certi altri aspetti invece il libro approfondisce inevitabilmente meglio determinati elementi importanti a comprendere sfaccettature di situazioni e personaggi che nel film passano in secondo piano.

A chi ancora non si fosse cimentato e desiderasse farlo, quindi, buona lettura-visione!

Sergio

Star Trek di J. J. Abrams

Sergio 31st May 2009

Premetto che non sono un trekker: seguivo anni fa la Next Generation e ho visto quasi tutti i film. A parte questo, stop.
Il lungometraggio di Abrams è ben confezionato, e ha il suo punto vincente nei protagonisti, Kirk e Spock, e nel rapporto/conflitto tra i due, ben studiato e interessante. L’incipit è avvincente, e l’inizio del primo atto - con il montaggio alternato dell’infanzia dei due personaggi principali - è accattivante. Per me è bastato a far passare in secondo piano alcuni elementi tra cui un antagonista non memorabile e diverse “trekkate” un po’ confuse e un po’ già viste. Ma qui non entro troppo nel merito, perché le strizzate d’occhio ai fan in effetti ci volevano. Solo un elemento mi ha fatto parecchio storcere il naso.

locandina star trek

C’è a un certo punto un’enorme coincidenza: il giovane Spock esilia il giovane Kirk sul pianetino ghiacciato (che ricorda un altro celebre pianetino ghiacciato). Qui il giovane Kirk incontra il vecchio Spock, Leonard Nimoy, che lo tira fuori dai guai. Non di punto in bianco, naturalmente: il vecchio Spock ha nella trama un ruolo ben preciso, ma ho trovato questa casualità (Kirk spedito nello stesso luogo dove guarda caso si trova già lo Spock anziano) troppo gratuita e grossolana, e devo ancora decidere se sia un elemento sufficiente a compromettere il mio giudizio complessivo sul film. C’è da dire che ormai lo spettatore “da blockbuster” è considerato di bocca buona, perché lo si ritiene propenso a passare sopra a simili “dettagli” a favore di lustrini e paillette con cui sono confezionati i lungometraggi di Hollywood. Di recente ho anche visto Angeli e Demoni, su cui ci sarebbe da spendere più di una parola.
Comunque la pensiate, la costruzione dei due character portanti, Kirk e Spock, ha rappresentato per me un buon esempio di dinamiche efficaci tra personaggi.

In chiusura segnalo il nuovo pezzo che ho scritto per Komix.it - Fumetti @ 360°, a proposito dell’atteggiamento di alcuni professionisti e aspiranti autori di fumetti.

Lunga vita e prosperità.

Sergio

Che - L’Argentino / Che - Guerriglia

Sergio 16th May 2009

Steven Soderbergh ha dedicato a Ernesto “Che” Guevara questo film biografico in due parti. Si tratta, di fatto, di due pellicole distinte: la prima si concentra sulla rivoluzione cubana, la seconda sull’avventura in Bolivia.
Nel complesso ho molto apprezzato il lavoro che il regista di Ocean’s Eleven ha tratto dalle opere del Che. Ho, tuttavia, trovato il primo film superiore al secondo: nell’Argentino molti flashforward in bianco e nero s’intervallano alla normale narrazione, conferendo – oltre che spessore alla figura del protagonista – anche un buon ritmo alla trama. In questi “balzi in avanti” vediamo Guevara nel suo ruolo di ministro cubano impegnato, per esempio, in un dibattito alle Nazioni Unite. L’espediente mostra, con grande efficacia, il personaggio a tutto tondo: un rivoluzionario, ma anche un capace e brillante uomo di Stato.

Che - L'Argentino

I flashforward sono del tutto assenti dal secondo film, Guerriglia, che, pur mantenendo l’efficacissimo stile asciutto, quasi “giornalistico”, dell’Argentino, risulta nel complesso più lento e pesante (forse anche perché parla della fine del protagonista).
Non so se questo sia dovuto alla decisione di spezzare in due tempi quello che credo in principio fu pensato come un unico lungometraggio, però mi sembra allora strano che soltanto nella prima metà siano stati inseriti i flashforward. Se l’idea era invece quella – del tutto logica – di dar vita a due storie profondamente diverse incentrate sullo stesso protagonista, allora l’obiettivo è stato centrato. Il lavoro di Soderbergh va quindi considerato davvero nell’ottica dei due film distinti: il primo, più solare e dinamico, mette in luce la figura del Che in tutte le sue sfaccettature ed è, alla fine, un film positivo che parla di vittoria; il secondo focalizza l’attenzione sulla parabola che lo porta – con un’azzeccata ripresa in soggettiva – fino al momento della morte. Una storia cupa, la seconda, che racconta anche gli sbagli del Che, che credette di trovare in Bolivia le stesse condizioni che ebbe a Cuba.

Che - Guerriglia

Lo stile dell’Argentino, come quello di Guerriglia, è comunque davvero efficace: Guevara è mostrato in maniera oggettiva, senza fronzoli, senza espedienti quali la voce narrante fuori campo (che faciliterebbe determinate spiegazioni), soltanto attraverso i fatti. Per mezzo, cioè, di dialoghi e di scene che definiscono la psicologia del Che facendolo vedere in azione, catturandone la personalità, descritta presentando le reazioni del character di fronte ai vari avvenimenti.
In ogni caso, quale che sia dei due film il vostro preferito, io li ho trovati entrambi ottime lezioni di sceneggiatura.
Sergio

Operazione Valchiria

Sergio 21st February 2009

Come sapete questo è un blog dove, tra le altre cose, si parla di trame e si analizzano i film dal punto di vista della sceneggiatura, quindi mi terrò fuori da tutte le varie polemiche suscitate dall’ultima fatica di Brian Singer.
Ho trovato Operazione Valchiria un buon film, senza particolari guizzi registico-narrativi che forse mi sarei aspettato da Singer, a favore però di una certa aderenza ai fatti originari. Alcuni particolari sono cambiati rispetto alla vera vicenda del conte Claus Von Stauffenberg (che ordì il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944), ma si tratta di fisiologici adattamenti nella trasposizione di una storia – reale o letteraria che sia – su grande schermo.

La pellicola innesca la sua suspense fin dai primi minuti, mettendo in scena l’incidente che mutilò il belloccio Stauffenberg in Africa, rendendolo privo di una mano, di alcune dita dell’altra e dell’occhio sinistro. Questo momento rappresenta la prima svolta nella storia, in quanto il protagonista, da segreto antinazista, diventa un complottista convinto, che si spende in prima persona per cercare di eliminare il Fuhrer. Emblematica la scena – non so se sia mai avvenuta per davvero – in cui Stauffenberg, costretto a fare il saluto nazista, con il braccio teso, esibisce in segno di rabbia e protesta il suo arto più mutilato, quello senza la mano. Una sequenza, questa, che in maniera simbolica esprime meglio di mille parole il disprezzo nutrito dall’ufficiale tedesco verso il dittatore e il suo regime.
In almeno altre due scene Singer riesce a orchestrare una suspense direi quasi hitchcockiana: il momento in cui Stauffenberg si reca al Berghof, residenza privata di Hitler, per fargli firmare il protocollo rinnovato dell’Operazione Valchiria (il pubblico sa che Stauffenberg intende usare la nuova versione contro il dittatore, ma questi ne è all’oscuro, così come i suoi gerarchi lì presenti: ci si chiede quindi di continuo se l’ufficiale sarà scoperto o no). La seconda scena è quella del fallito attentato, in cui lo spettatore segue con ansia crescente il momento in cui Stauffenberg piazza la bomba sotto il tavolo di Hitler, tra mille difficoltà. Alla fine l’esplosivo scoppia, ma fino all’ultimo ci si chiede – nonostante si tratti di una storia di cui il finale è ben noto – se il Fuhrer sia davvero morto oppure no, o meglio, quando e come Stauffenberg sarà smascherato. Rimane, nel pubblico, la speranza che il piano dei cospiratori sia riuscito, almeno fino a quando non si ode la voce di Hitler che parla al telefono a un ufficiale, spiegandogli che in realtà lui è vivo, vegeto e incazzato.
Insomma, Operazione Valchiria magari non entrerà negli annali del grande cinema, ma almeno in quelli dei film onesti, realizzati con grande consapevolezza dei propri mezzi e del proprio mestiere, penso di sì.
Sergio

Shining, o della sintesi

Sergio 14th February 2009

Ho di recente messo le mani sull’edizione americana del film di Kubrick: a differenza della versione europea – e quindi anche italiana, che tutti conoscete, di 119’ – quella disponibile in Stati Uniti, Canada e resto del mondo ha 25 minuti in più. Non sono pochi.
Kubrick, vedendo le prime proiezioni, eliminò subito una scena dal finale, in cui il direttore dell’Overlook Hotel, Ullman, si reca in ospedale a trovare Wendy e Danny, consegnando al piccolo una pallina come quella che il padre faceva rimbalzare per la Sala Colorado: da 146’ a 144’. Primo taglio.
Poi, di sicuro conscio delle diverse aspettative del pubblico europeo, Kubrick sfoltì ancora la pellicola, eliminando qua e là porzioni di dialogo e anche intere scene, soprattutto nella prima metà. Secondo taglio.

In questi giorni ho visionato la versione integrale, e devo dire che forse mi piace di più. Su tutte è stata rimossa una sequenza abbastanza importante, che getta più luce sul rapporto tra i personaggi di Jack, Wendy e Danny: verso l’inizio, quando Jack è all’hotel per il colloquio, la moglie fa visitare il figlio da una dottoressa dopo che il bambino ha avuto un’esperienza di trance in bagno (che si vede anche nell’edizione italiana). Nel dialogo tra Wendy e il medico viene fuori il problema dell’alcolismo di Jack, il fatto che sia un ex insegnante e che abbia fatto del male al figlio. Tutti elementi importanti per comprendere meglio motivazioni e psicologia dei personaggi. La scenografia della casa dei Torrance a Boulder è poi uno specchio della loro condizione socioeconomica: spartana, ma con libri ovunque, ammucchiati e impilati anche in modo disordinato. Questa scena con la dottoressa mostra lati della famiglia che non vengono fuori in nessun altro modo (Jack fa solo accenno all’aver usato violenza su Danny quando parla poi con Lloyd, il barista fantasma).

Ci sono poi ulteriori sequenze, spezzoni di dialogo, per esempio durante la visita della famiglia all’hotel, in cui il direttore fa riferimento al passato dell’Overlook, frequentato dal jet set, citando il libro di Stephen King in cui quest’aspetto era assai approfondito: nel romanzo Jack scopre un tomo che raccoglie articoli di giornale su tutte le malefatte – omicidi inclusi – avvenute all’Overlook a causa di intrighi tra ricchi e potenti. Nel film si vede questo archivio aperto sul tavolo della Colorado Lounge mentre Jack scrive a macchina.
Un’altra scena tagliata mostra la famiglia Torrance mentre Ullman li porta in visita alla sala da ballo: il direttore specifica che d’inverno ogni bottiglia di liquore viene tolta dall’angolo bar, e Jack, tranquillo, risponde «We don’t drink». Questa sequenza rafforza il significato del momento in cui Jack, più avanti, sottoscrive un patto col demonio accettando un bicchiere di bourbon dal barman Lloyd.

Insomma, secondo me Kubrick non fu mai convinto della versione breve di Shining per l’Europa, altrimenti, pignolo com’era, avrebbe decurtato di 25 minuti le copie della sua opera distribuite in tutto il mondo, e oggi vi sarebbe una sola edizione del film. La versione europea è uno straordinario esercizio di sintesi, perché a nessuno, nel Vecchio Continente, è mai venuto da dire che Shining sia poco comprensibile: tutto fila liscio, e anzi ci si guadagna in ritmo. L’edizione nordamericana va però vista almeno una volta, secondo me, per rendersi conto delle mille sfumature in più che trama e personaggi vanno ad acquisire. Quale che sia la versione di Shining da voi preferita, Stanley Kubrick è stato un grande narratore a tutto tondo: straordinario regista e meticoloso sceneggiatore.

Sergio

PS Heeeeere’s Johnny!

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