Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno

davide g.g. caci 9th Aprile 2009

Era da un po’ che mi ripromettevo di scrivere (tanto per cambiare). Volevo parlare del lavoro, delle ottime novità, di ciò che mi ha tenuto inchiodato alla sedia della scrivania per più di dieci ore al giorno, nelle ultime settimane. Volevo parlare di quotidianità, ma non posso.

Sono troppo disgustato dai recenti eventi. 

Non guardo quasi mai la televisione, ormai non più i telegiornali, i talk-show (a partire anche dai vati autoproclamatisi, che pur vanno tanto di moda), preferisco leggere i giornali, spesso stranieri, on-line. Eppure in questi giorni ho avuto la malaugurata idea di dare uno sguardo alla TV, di quando in quando, per via della tragedia che è successa.

Tragedia. Punto, non c’è molto altro da dire. Giù il cappello, cordoglio. Se possibile, aiuto. Fine.

E invece no. In questi giorni, in particolare nella fascia serale, è una continua rincorsa all’intervista, al riprendere il dolore della gente, lo strazio delle persone che hanno perso tutto. Il sempre valido Paolo Attivissimo (e qui potremmo chiederci come mai uno dei pochi seri giornalisti italiani viva al di là dei patrii confini…) ha definito la situazione come “pornografia necrofila”. Non avrei saputo trovare parole migliori. Che schifo, è un’indecenza. Come si possa speculare così su situazioni tragiche, davvero, non lo capisco.

È chiaro che una testata giornalistica (cartacea, web, televisiva) deve avere come conditio sine qua non la sopravvivenza economica, fa parte delle regole del gioco. Ma questo supera tutto. Questo e ogni servizio, ogni trasmissione che sta andando in onda in questi giorni.

La settimana scorsa ero a Milano e prendevo un caffè con due cari amici: uno sta a Milano, l’altro vive a Praga. Commentavamo quanto penosa fosse la “nostra” situazione, in quanto italiani. E che forse, alla fin fine, abbiamo solo ciò che ci meritiamo. 

Il pensiero sarà cinico, ma a fronte delle persone che operano questo non-giornalismo (Joseph Pulitzer, r.i.p.), che meriterebbero che il loro tesserino fosse gettato nel cesso, beh, a fronte di queste persone ce ne sono tante (molte di più, evidentemente) che cercano morbosamente il sangue, il dolore, nella TV. Da Cogne a Garlasco, da Erba all’Abruzzo di oggi. Il pubblico ha ciò che, evidentemente, vuole. 

Ora noi facciamo bene a indignarci (grazie a dio c’è ancora qualcuno che si indigna!), ma una considerazione del genere non guasterebbe.

Chiudo con una tavola a fumetti, che mi è venuta in mente a proposito della questione. Penso che Silvia abbia espresso, con la sintesi e il cinismo che le sono propri, al meglio la situazione. E questa tavola ha parecchi anni, ormai…

Fine del post indignato: no worries, poi si torna a parlare di fumetti e amenità varie. Ma sentivo davvero il bisogno di mettere nero su bianco questa sensazione di schifo.

 

Alice a quel Paese – © Silvia Ziche
Alice a quel Paese – © Silvia Ziche