davide g.g. caci 4th Maggio 2008
Prima di passare al contenuto vero e proprio del post, serve una doverosa promessa. Chi segue questo blog dalla nascita (insomma, sì, parlo a voi due!) non ha mai trovato, pubblicato, un racconto del sottoscritto. Questo è il primo (di una lunga serie? Chi vivrà, vedrà…). Per il semplice fatto che, fino ad oggi, non avevo mai scritto dei racconti veri e propri.
L’idea è nata insieme a un amico, Alessandro Diele, dopo aver letto il suo ennesimo, bel racconto. Abbiamo deciso di iniziare una sorta di gioco: abbiamo scelto una tematica (che dà il titolo a questo post), ci siamo dati un limite di spazio (3 cartelle in Word, circa…), e… Via!
(N.B.: se ho iniziato anche questa… è solo e soltanto colpa sua! Quindi picchiate lui… Sta a Bologna, in via…
Dai… grazie, Alex!)
Un’ultima cosa: il finale non mi soddisfaceva… Era troppo mieloso, troppo happy end. Scontato, pesante. Così ho scritto anche l’epilogo. Se amate i finali mielosi, non leggete l’ultima parte. That’s it!
Qui trovate il suo racconto, sotto gli sproloqui, il mio. A voi l’ardua sentenza (commenti und critiche sono più che bene accetti!)!
***
L’ultima causa
di Davide G.G. Caci
«Fine dei giochi, game over».
Il pensiero era assillante e continuo, nella testa di Eleanor.
Era la prima volta che non riusciva a mantenersi concentrata prima di un dibattimento. E, nonostante la giovane età, aveva già affrontato molti processi. Molti ne aveva vinti.
La sua naturale predisposizione all’oratoria e una notevole dose di intraprendenza l’avevano portata a una folgorante carriera: dopo una laurea 110 cum laude ad Harvard, e un brillante apprendistato presso uno degli studi più rinomati di Cambridge, a soli 26 anni, era stata assunta dall’ufficio del Procuratore Distrettuale, ed era uno degli avvocati più promettenti che avessero mai messo piede in un’aula di tribunale.
Ma questo contava meno di zero, al momento. Le risuonavano in mente le parole di suo zio, Giudice Federale, quando gli aveva raccontato, entusiasta, dell’offerta arrivatale:
«È una grande notizia: accetta! Ma ricordati, Ely, che in questa professione conta un aspetto soltanto: il risultato. Poco importa come ci si arriva. A nessuno interessa se la persona che incrimini è effettivamente colpevole. L’importante è che, se la porti davanti a un giudice, esca dall’aula con un bel paio di braccialetti metallici!».
All’epoca, Ely era rimasta colpita ed eccitata dalla spregiudicatezza del mondo nel quale stava timidamente entrando. Ma ora, nel passeggiare sola e pensosa nel suo ufficio, avrebbe risposto diversamente.
«‘Fanculo, vecchia cariatide».
Per quanto fosse difficile ammetterlo, si stava innamorando di un imputato. E non un semplice imputato, bensì quello dell’ultimo processo prima delle elezioni per il rinnovo delle cariche. La conferma del Procuratore era in bilico, e l’ultimo caso, quello mediaticamente più significativo, gli avrebbe potuto dare il colpo di grazia, o la spinta finale. Tutto dipendeva da lei. D’altra parte, il processo vero e proprio si sarebbe svolto solo un mese dopo le elezioni, quindi avrebbe potuto istruire un processo senza particolari chances di vittoria, ottenendo il suo scopo. Però l’integrità era un valore fondamentale, per lei. Nonostante il suo lavoro; soprattutto per il suo lavoro.
Ciò che la tormentava ancora più pressantemente, però, era un dubbio: si era innamorata di lui e lo credeva innocente, o lo credeva innocente perché si era innamorata di lui? Per non pensare alla sua indecisione, Eleanor continuava a ripetersi che obiettivo dell’intero ordinamento giudiziario non è quello di stabilire la verità, bensì quello di verificare se vi siano prove sufficienti a carico di un individuo per incriminarlo e intentare una causa nei suoi confronti. L’insana nenia era corretta: qualsiasi docente di diritto avrebbe potuto confermarla. Ciononostante, nella sua mente tali parole risuonavano come vuote scuse, meramente accampate per non scontrarsi con la realtà. D’altronde, lei sapeva, nel cuore, che era innocente. E aveva, professionalmente, in mano elementi sufficienti a ritenere che il cuore non sbagliasse.
Da quel caso dipendeva tutto: la sua carriera e, cosa ben più importante, la sua fiducia in se stessa. Un errore di valutazione dovuto a un coinvolgimento sentimentale sarebbe stato un dramma, per lei.
*Knock knock*
«Avanti!» sospirò con aria pensosa.
«Eleanor… Lo sai, sono un vecchio barboso, ma ti conosco» – era Philip “Phil” Gibbs, altro avvocato dell’ufficio della procura, e suo più grande punto di riferimento da quand’era arrivata lì – «cosa ti spaventa tanto, in questo caso?»
«Vedi, Phil, penso che Dane Cheez sia innocente. Ma il procuratore esercita enormi pressioni. Questo caso vale troppo, politicamente parlando.»
«E…» lo sguardo di Phil era adesso più sereno: scrutava l’amica con affetto paterno.
«E… niente! Non ti sembra abbastanza?» Ely era scattata come una molla.
«E tu sei tormentata da altro. Se fosse solo quello, avresti già preso la tua decisione, e domani mattina il boss troverebbe una lettera di dimissioni sulla sua scrivania. No, non mi incanti: c’è dell’altro. Non sai se il tuo giudizio è obiettivo, perchè…»
«Al diavolo, Phil. Cazzo, no, non lo so, ok? Non so che cosa diavolo mi stia succedendo. Non so niente. So solo che domani mattina devo fare l’ultimo interrogatorio e presentarmi in aula. Ecco cosa so. Cazzo.»
«Sappi che sei un ottimo avvocato, probabilmente il migliore che abbia mai varcato quella soglia. Quindi, Ely, fai ciò che ritieni giusto. Io so già che sarà la cosa giusta… A domani!». Così dicendo, Philip si era chinato a schioccarle un bacio sulla fronte, pronto ad avviarsi, giacca sulle spalle, verso la sua Prius blu, per tornare a casa.
Il giorno dopo, Eleanor si dirigeva verso il suo ufficio, con una tremenda agitazione addosso. E, mentre entrava, ripensava alle tre volte che aveva incontrato quell’individuo, quel Dane Cheez, provando a capire cos’avesse di tanto speciale… Certo, quegli occhi erano fantastici, e così anche il suo non timore del rischio: durante il primo interrogatorio, da imputato, aveva persino chiesto all’avvocato che lo doveva accusare di uscire a cena… Si era posto completamente in gioco, e aveva tutto da perdere.
«Mi dica, Mister Cheez, perché non vuole patteggiare?»
«Perché, avvocato» i suoi profondi occhi azzurri la fissavano, penetranti «io sono innocente. Non ho commesso il reato di cui vengo accusato. Non ero in quel supermarket a quell’ora, ero a casa a lavorare. E la testimonianza di un paio di drogati che passavano di là non ha alcun tipo di valore».
Se ancora ce ne fosse stata necessità, l’interrogatorio finale aveva fugato ogni dubbio in lei.
In tribunale, la prima arringa di Ely era stata, come da consuetudine, sconclusionata. Ma era quello, l’obiettivo. La presa di posizione – l’artiglieria, come diceva Phil – si teneva per la seconda e ultima arringa, quella che chiudeva il dibattimento, in seguito alla memoria difensiva.
Era giunto il momento: Eleanor si alzò in piedi, forte nel suo tailleur nero, pronta a comunicare al mondo la sua decisione. Pronunciò le sue prime parole, semplici formule del gergo processuale, prive di ogni significato contenutistico.
«Se la Corte permette…» disse rivolgendosi verso il giudice, che stava assentendo con un cenno del capo.
«Se la Difesa permette…». Anche l’avvocato difensore dava il via.«Vostro onore, in merito all’accusa di rapina a mano armata nei confronti di Mr. Dane Cheez, stante la quantità di prove raccolte, e la fallacità delle stesse, l’ufficio del Procuratore Distrettuale ritiene che lo Stato del Massachusetts non debba procedere nei confronti dell’imputato.
Ovviamente, considerato che era più che legittima, il giudice accolse la richiesta. Immediatamente dopo il verdetto, il Procuratore si era allontanato, con un gesto di stizza, lasciando sbattere la porta alle sue spalle.
Eleanor stava ricevendo i complimenti dall’avvocato della difesa, e, una volta congedatasi, si era avvicinata a Cheez.
«Fare la cosa giusta mette fame… Stasera sarebbe ancora valido quell’invito?». I suoi occhi luccicavano di emozione, convinzione, soddisfazione: aveva fatto la cosa giusta, aveva rischiato, e non se ne sarebbe pentita.
In tutta risposta, Dane le aveva calorosamente stretto la mano, proponendole un orario per la serata.
Nell’uscire dal tribunale, con un sorriso trionfante sulle labbra, Eleanor si imbattè in Philip.
«Ma… Non credevo fossi qui…»
«Infatti non c’ero, sono arrivato ora: ho incrociato il Procuratore, qua fuori. Era furioso… Sapevo l’avresti fatto. Questa è la fine della tua carriera in procura, Ely. Ma hai fatto la cosa giusta. E molti avvocati saranno ben lieti trovare il tuo curriculum sulla scrivania. La mia porta sarà sempre aperta per te, piccola!»
«Grazie, Phil. Stai tranquillo per me… È la fine della mia carriera in procura. Forse, in questo Stato. Per contro, per la mia vita, questo è un nuovo inizio!».
Epilogo
Puntuale, alle otto, Eleanor attendeva l’arrivo di Dane, sotto casa sua, come d’accordo. Il cuore le batteva a mille: sentiva che quella che stava iniziando era una storia importante, non una scappatella da una notte e via. E voleva dare il meglio di sé.
D’un tratto, eccolo arrivare, sulla sua vecchia moto, tanto anacronistica quanto affascinante. Come lui.
«Dai, salta su, baby!». Il vento portava con sé le sue parole, quasi come le volesse amplificare ed enfatizzare: sì, sarebbe stata una serata davvero speciale. Ne era certa!
In pochi minuti erano giunti a casa sua. Si vedeva che era l’abitazione di un creativo; la parola d’ordine era una: disordine.
«Scusa, dovrei andare un attimo in bagno!». In realtà, Eleanor non doveva andare in bagno, ma quella stanza era la prima cosa che le interessava scoprire, nell’abitazione di un’altra persona. Soprattutto se si trattava di un uomo. Soprattutto se le interessava.»
«Ultima porta in fondo a destra, vai, ti aspetto!»
Nell’andare, le capitò di gettare l’occhio su un comò, nella camera da letto. Orrore. Tre mazzette di banconote erano sparpagliate lì sopra. Ely avrebbe voluto contarle, ma certo non poteva permetterselo. Se prima l’eccitazione non la faceva ragionare, adesso la causa dello shock era un’altra, decisamente meno piacevole: il terrore. I castelli in aria che aveva così poco cautamente costruito stavano crollando, inesorabilmente, uno ad uno.
Senza nemmeno rendersene conto, Eleanor era rimasta in piedi, impietrita, a guardare verso la camera da letto. A Dane non sfuggì quello sguardo.
Dopo circa un’ora, Eleanor si risvegliò: era stesa sul divano, con un forte mal di testa. Le prime, farfugliate parole che le uscirono furono:
«E… Eri colpevole…»
L’espressione sul viso di Mr. Cheez era indecifrabile. Per sua fortuna, Ely non la vedeva, in quanto l’uomo era voltato di spalle, rispetto a lei.
«Grazie per avermi creduto, Eleanor. So quanto sia stato difficile, per te, perdere la tua ultima causa». Così dicendo, si voltò verso la giovane, tolse la sicura alla pistola, ed esplose tre colpi, mirando al cuore.
Fine