Archive for the 'Racconti' Category

Ispettore Scimmia, il caso è tuo

Alessandro 14th January 2010

Nel marasma di cose che devo fare contemporaneamente in questi giorni, trovo a malapena il tempo di postare sul blog il link su Flashfumetto della storia che ho scritto (e “disegnato”…) in occasione della 24hic.

Se qualcuno ha voglia di metterci le mani e ridisegnarla mi può tranquillamente contattare, così rielaboro la sceneggiatura e correggo un po’ di errori (le canzoni di Sinatra son scazzatissime e vanno a orecchio, e ci sono un paio di passaggi che veramente van riscritti) e magari vediamo di farne venir fuori qualcosa di bello.

La storia è QUI

La galleria con tutte le storie completate in occasione della 24hic è QUI.

Buona lettura.

La vita delle storie - DeMatteis e l’ultima caccia di Kraven

Alessandro 27th October 2008

Un paio di mesi fa J.M.DeMatteis, storico autore Marvel, ha pubblicato sul suo blog personale di Amazon un interessante articolo dal titolo The story behind the hunt, in cui rivela alcuni gustosi retroscena sulla la creazione di una delle sue storie dell’Uomo Ragno più famose e celebrate, L’Ultima Caccia di Kraven. In essa, l’Uomo Ragno viene sconfitto, a sorpresa, da un suo avversario da tempo divenuto una macchietta di scarso interesse, Kraven il cacciatore, il quale anziché uccidere il suo avversario di sempre, decideva di seppellirlo vivo e prendere il suo posto per qualche tempo. L’Uomo Ragno dovrà scavare la via della sua salvezza nella nuda terra del cimitero, affrontando i suoi fantasmi e i sensi di colpa che da sempre lo attanagliano, facendo leva sulla sua forza di volontà e sui suoi sentimenti per la moglie, Mary Jane. Non vi svelo il finale, leggetevi la storia, se non l’avete mai fatto.

Riporto qui di seguito una mia traduzione del post di DeMatteis, per i non anglofili e per i pigri, perché oltre a offrire interessanti curiosità sulla genesi di questa singola storia, propone al lettore alcune interessanti riflessioni sull’arte del narrare e sul rapporto tra autore e opera.

La vera storia dell’Ultima Caccia di Kraven

Confessione: io non ho scritto L’Ultima caccia di Kraven.

Agli scrittori piace credere di avere il controllo completo delle loro opere, ma questa è solo una confortante bugia. Dopo più di venticinque anni passati a raccontar storie, mi è ormai estremamente – e a volte dolorosamente – chiaro che io sono solo un veicolo, un mezzo attraverso il quale la storia esce alla luce del sole. Ma è la storia stessa che crea la narrazione. Se vi sembra che stia dicendo che le storie hanno una vita propria, beh… è esattamente così. Sono convinto che le storie sono creature viventi: si muovono, pensano, respirano. Magari non nello stesso modo in cui lo facciamo noi esseri in carne e ossa, ma in qualche insondabile maniera, in qualche insondabile reame, queste creature che chiamiamo Storie - e qui la S maiuscola penso sia d’obbligo – esistono. E così esistono i personaggi che le popolano. E sono le storie – non gli scrittori, gli artisti, o gli editor – ad avere il controllo. Alcuni di questi Mondi Immaginari decidono di emergere, completamente formati, in una luce splendente di energia creativa. Altri – come la Saga di Kraven – beh, devono prendersi il loro tempo.

Fu lunga la strada dalla prima scintilla di ispirazione, apparsa all’incirca intorno al 1984 o ‘85, fino al lavoro finito. Se fossi dipeso da me – e grazie al cielo così non è stato – l’idea originale avrebbe visto le stampe come miniserie di Wonder Man (Simon Williams - sconfitto in battaglia da suo fratello, il Sinistro Mietitore – si risveglia in una bara, si libera scavando e scopre di essere stato sepolto vivo per mesi). Ma la Storia la sapeva più lunga. Sapeva che ci voleva del tempo perché fermentasse nel mio inconscio e trovasse la forma più adatta. Tom De Falco – allora produttore esecutivo della Marvel - era della stessa opinione. Quando gli proposi la mia idea per Wonder Man, la rifiutò immediatamente. Ma c’era qualcosa in quella trovata del “ritorno dalla tomba” destinata a rimanere.

La mia tappa successiva fu, alcuni mesi dopo, la DC comics, dove proposi all’editor Len Wein (che allora supervisionava gli albi di Batman) quella che pensavo fosse un’idea incredibile: il Joker uccide Batman – o perlomeno crede di averlo fatto – e, una volta eliminata la sua unica ragione di vita, la mente del criminale cede. Ovviamente il Joker è già un malato mentale, quindi quando la sua mente cede… guarisce. Batman nel frattempo è sepolto, e quando, settimane dopo, riesce a liberarsi scavando, la nuova fragile esistenza del Joker finisce tragicamente sottosopra. Len al tempo aveva un’altra storia di Batman sulla sua scrivania – qualcosa chiamato The Killing Joke, scritto da un nuovo autore britannico di nome Alan Moore (chissà poi lui che fine avrà fatto?) e pensò che gli elementi riguardanti il Joker nella mia storia si sovrapponessero ad alcuni elementi di quella di Alan.

Un rifiuto. Di nuovo. (Sono riuscito a recuperare l’idea della “Guarigione” circa dieci anni dopo – ed è diventata una delle mie preferite)

Ero deluso - ma sospetto che la Storia fosse piuttosto soddisfatta dell’accaduto. Sapeva che l’ora non era ancora giunta. Sapeva di cosa aveva bisogno prima di emergere. E così attese pazientemente, mentre io… -

Beh, io la riscrissi. Come storia dell’Uomo Ragno? No. Ancora una volta come storia di Batman. Accantonai il Joker e lo sostituii con Hugo Strange. Mi ricordai di una storia classica di Steve Englehart e Marshall Rogers in cui Hugo Strange indossava – credo per un paio di pagine – il costume di Batman. E pensai: non sarebbe interessante se Hugo Strange fosse colui che apparentemente uccide Batman e, nel pieno della sua arroganza, decidesse di diventare Batman, indossare il costume, ricoprirne il ruolo al fine di provare la propria superiorità? Ero convinto di avere una storia che nessun editor avrebbe potuto rifiutare.

A quel tempo, Len Wein era diventato un freelance e Denny O’Neil l’aveva rimpiazzato come editor di Batman. Indovinate un po’?

Denny la rifiutò.

Così ora avevo un’idea rifiutata tre volte da tre dei migliori editor del settore. Forse, pensai, sono una delusione. Forse dovrei solo arrendermi e andare avanti.

Ma la storia non me l’avrebbe lasciato fare.

Ero frustrato, per non dire di peggio, per via di tutte quelle porte in faccia, ma questo seme di un’idea – beh, a quel punto era germogliato e stava mettendo su rami e foglie – continuava a crescere, espandendosi al suo ritmo, nei suoi tempi. Sapeva, sebbene io ne fossi ancora all’oscuro, che presto avrebbe trovato la forma e, cosa ancora più importante, i personaggi, che aveva cercato da sempre.

Autunno del 1986. Un giorno ero in visita agli uffici della Marvel quando Jim Owsley, curatore degli albi dell’Uomo Ragno, e Tom DeFalco (Cosa? Di nuovo lui?) mi invitarono a pranzo fuori. Volevano che mi occupassi di Spectacular Spider-Man, ma io ero riluttante all’idea di legarmi a un’altra testata mensile. Owsley e De Falco furono insistenti. Mostrai incertezza. Ce la misero tutta. Cedetti.

E, il tempo di tornare a casa, mi resi conto di che colpo di fortuna avessi avuto. Ora avevo un’altra occasione, probabilmente l’ultima, per portare a conclusione questa idea del “Ritorno dalla tomba”. Ancora più importante: scoprii, lavorando al soggetto, che l’Uomo Ragno – che aveva da poco sposato Mary Jane – era una scelta molto migliore sia di Wonder Man che di Batman. Peter Parker è forse il protagonista più autentico sul piano psicologico ed emozionale che si sia mai visto in qualunque universo supereroistico. Sotto quella maschera, è confuso, dubbioso, umano in maniera commovente, come la gente che legge – e scrive – di lui: l’Uomo Comune per antonomasia. E questo amore da Uomo Comune per la sua nuova moglie, per la nuova vita che stavano costruendo insieme, fu il carburante emotivo che accese la storia. Era la presenza di Mary Jane, il suo cuore e la sua anima, che avrebbero raggiunto le profondità del cuore e dell’anima di Peter, costringendolo a riemergere da quella bara, fuori dalla tomba, alla luce.

E così nacque L’Ultima caccia di Kraven.

Beh, non esattamente. Vedete, Kraven ancora non era previsto. Da vero genietto quale sono, mi dissi: okay, ovviamente non posso usare Hugo Strange. Perché non creare il mio cattivo – un cattivo tutto nuovo – per interpretare il suo ruolo nella storia? E così feci. (Non chiedetemi il nome della mia nuova brillante creazione… o qualunque altra cosa su di lui… perché, onestamente, non ricordo nulla!) La storia giunse a Owsley. Lui la adorò. “Facciamola” disse. Ero estasiato. Il viaggio era finalmente compiuto.

Beh, forse era compiuto per me – ma non per la Storia. C’era un ultimo elemento di cui aveva bisogno per completarsi.

Un pomeriggio ero seduto nel mio ufficio a fare ciò che tutti gli scrittori sanno fare meglio: evitare il lavoro, perdere tempo. Internet – il più grande strumento per perder tempo della storia dell’umanità – ancora non esisteva, quindi stavo sfogliando alcuni fumetti che avevo impilato sul pavimento. Presi un Marvel Universe Handbook. Mi fermai, senza un motivo particolare, alla sezione dedicata a Kraven il cacciatore.

Vi prego di capire che non avevo alcun interesse per Kraven. Anzi, avevo sempre pensato che fosse uno dei nemici più grossolani e privi di interesse della galleria dell’Uomo Ragno. Non poteva permettersi nemmeno di allacciare le scarpe a gente del calibro di Doc Ock o Goblin.

Ma sepolto in questa sezione dell’handbook c’era questo fatto intrigante: Kraven – era russo. (Tuttora non so se ciò fosse stato stabilito in una storia in continuity o se lo scrittore di quella particolare sezione lo avesse inserito per un capriccio)

Russo? Russo!

Perché questo fatto avrebbe dovuto emozionarmi tanto? Una parola: Dostoyevsky. Quando lessi Crimine e Punizione e I fratelli Karamazov al liceo, si insinuarono nel mio cervello, strisciando lungo il mio sistema nervoso… e mi fecero a brandelli. Nessun altro romanziere aveva mai esplorato la sbalorditiva dualità dell’esistenza, illuminato le mistiche altezze e i deprecabili abissi del cuore umano, con l’abilità di Dostoyevsky. L’anima Russa, così come veniva mostrata nei suoi romanzi, era davvero l’Anima Universale. Era la mia anima.

E Kraven era russo.

In un solo istante, compresi Sergei Kravinoff. In un solo istante, tutta la storia cambiò prospettiva. In un solo istante, chiamai Owsley, gli dissi di dimenticarsi del Nuovo Cattivo. Questa era una storia di Kraven il cacciatore.

Jim non era elettrizzato all’idea. A lui piaceva il nuovo nemico. Ma, Dio lo benedica, mi lasciò fare a modo mio.

E ora la storia era completa, giusto?

Quasi. Vedete, Owsley aveva persuaso Mike Zeck a disegnare Spectacular. Io e Mike avevamo lavorato insieme per qualche anno su Capitan America. Posso pensare a un pungo di disegnatori di supereroi bravi quando Zeck, ma nemmeno a uno migliore. Lo stile di Mike è fluido, energico, profondamente emozionale… e racconta una storia con una spontaneità tale che le sceneggiature da lui disegnate sembrano altrettanto spontanee. Mike lasciò la serie di Cap (per disegnare le Guerre Segrete originali) proprio quando avevamo appena iniziato il nostro percorso collaborativo – ed ero eccitato dalla possibilità di riprendere da dove c’eravamo fermati.

Ho giocato questa partita abbastanza a lungo per sapere che la chimica scrittore/disegnatore non può essere creata o forzata: o c’è, o non c’è. Con Mike, c’era. Se un qualunque altro artista avesse disegnato questa storia – anche se ogni singolo punto dell’intreccio, ogni singola parola, fosse stata esattamente la stessa – non avrebbe commosso le persone nello stesso modo né ottenuto l’entusiastico consenso che ancora riscuote, più di venti anni dopo la sua creazione. Non sarebbe stata L’Ultima caccia di Kraven (a proposito, il titolo non fu mio. Io l’avevo chiamata Tremenda Simmetria – in onore di un altro dei miei eroi letterari, William Blake. Fu Jim Salicrup, che si assunse il lavoro di editing quando Owsley lasciò lo staff, che se ne uscì con L’Ultima caccia di Kraven. Salicrup fu anche il tipo che ebbe un’idea geniale che da allora in poi tutti avrebbero copiato: dispiegare la storia in sei parti attraversi i tre albi ragneschi, nel corso di due mesi. Oggi siamo abituati a vedere questa soluzione. Nel 1987 era rivoluzionaria.)

Poiché Zeck era a bordo, decisi di inserire nel mix un nemico di Capitan America che creammo inseme – il ratto umano chiamato Vermin. Una decisione casuale (beh, sembrava casuale a me; ma sospetto che la Storia la pensasse diversamente) che si dimostrò estremamente importante: Vermin finì con l’essere l’elemento portante, che evidenziava il contrasto tra la visione che Peter Parker aveva dell’Uomo Ragno e l’immagine distorta che ne aveva Kraven.

Ora ecco la parte più strana: negli anni che erano passati da quando avevo partorito l’idea originale su Wonder Man, la mia vita personale era andata proverbialmente a rotoli. Vi risparmierò i dettagli sporchi: diciamo solo che ero in un periodo della mia vita in cui ogni giorno era una fatica erculea. Mi sentivo sepolto vivo proprio come Peter Parker, un abitante degli abissi proprio come Vermin; perso, disperato, distrutto proprio come Sergei Kravinoff.

In breve, per me era un periodo terribile – ma il periodo perfetto per scrivere la storia. Se avessi creato una versione dell’Ultima Caccia qualche anno prima, o qualche anno dopo (quando la mia vita si era miracolosamente risistemata da sola), non sarebbe stata la stessa cosa. I miei conflitti personale, riflessi nei conflitti dei nostri tre personaggi, furono, penso, ciò che diede alla scrittura un tale senso di necessità e una tale onestà emotiva. (Non so cosa ispirò il brillante lavoro di Zeck, ma spero che non fosse qualcosa di altrettanto straziante.)

E allora ditemi: di chi è esattamente il merito? Chi scrisse la storia in realtà? Pensavo di essere stato io – ma, al tempo stesso, c’era qualcosa che era cresciuto, si era evoluto, era emerso a suo tempo, quando le condizioni creative erano assolutamente perfette.

Oh, incasserò gli assegni. Accetterò anche i complimenti. Ma, nel mio cuore, so che c’è Qualcosa di Più Grande lì fuori, che esprime la sua magia attraverso di me… e attraverso noi tutti che ci chiamiamo scrittori.

Le storie hanno una vita propria.

E non vorrei che fosse altrimenti.

© copyright 2008 J.M. DeMatteis
Traduzione: Alessandro Diele

Cosmogonia

Alessandro 29th September 2008

In principio era il Chaos, la vacuità del nulla e la pienezza del tutto. L’assoluto riempiva ogni cosa, in essa si rispecchiava e da essa traeva nutrimento. Ogni grado di esistenza era racchiuso in ciascun atomo di quel creato, che si era generato da sé.

Il Demiurgo alzò lo sguardo e vide un sasso vagare nell’universo. Gli parve dotato di forma interessante e di buone possibilità e poiché si annoiava lo prese con sé e ne fece ciò che più gli aggradava. Lo pose alla luce, lo ricoprì di acque e vegetazione, lo circondò di aria e da ultimo in esso instillò un soffio di vita. Nacquero dapprima gli animali infinitesimali, poi si popolarono le acque dei pesci e i cieli dei volatili. Infine, la vita giunse sulle spiagge e nel resto delle terre emerse. Disse il demiurgo “Ti ho posto alla luce, ricoperto di acque e vegetazione, ti ho circondato di aria e da ultimo in te ho instillato il soffio della vita. Sei la mia opera d’arte, ma poiché sei nato da una palla di fango, il tuo nome è e sempre sarà Terra“.

Il Demiurgo salì sulla più alta montagna e contemplò la sua arte. Lì sedette per intere epoche, osservando le sue creature, curioso e divertito. E la popolazione della Terra si divideva in predatori e prede, carnefici e vittime, forti e deboli. Tutto ciò era avvincente, ma dopo qualche milione di anni il Demiurgo tornò ad annoiarsi, e decise che era giunto il tempo di creare un essere del tutto nuovo, che rompesse gli equilibri e offrisse uno spettacolo più degno d’essere guardato.

Prese della terra, dell’acqua, del fuoco, dell’aria e della luce e tre stampi diversi con i quali produsse l’Uomo e la Donna.

Il Primo stampo era fatto di sterco secco, ed era chiamato Egoismo, coloro che da esso furono formati avrebbero avuto come prima preoccupazione la cura di se stessi e tutto il resto sarebbe passato in secondo piano.

Il secondo stampo era fatto di legno marcio, ed era chiamato Avidità, coloro che da esso furono formati avrebbero avuto come prima preoccupazione l’accumulazione di cose inutili, persino a scapito della loro stessa salute.

Il terzo stampo era fatto di solida pietra, ed era chiamato Altruismo, coloro che da esso furono formati avrebbero avuto come prima preoccupazione la sorte altrui e così avrebbero vissuto per garantire il meglio a tutti.

Per qualche tempo il nuovo stato delle cose soddisfò il Demiurgo: i terzi uomini erano destinati a subire le angherie e la sete di conquista dei primi e dei secondi, e questo era divertente. La forma della mente dei tre gruppi era completamente diversa, e ciascun gruppo non comprendeva le ragioni degli altri. Erano piccole creature, valevano poco più dello spettacolo che offrivano, ma il Demiurgo si complimentò con se stesso per ciò che aveva prodotto. Tuttavia, nel giro di poche epoche la furia bellicosa dei primi e dei secondi uomini travolse la debolezza dei terzi, che si estinsero completamente. Avidi ed egoisti volsero dunque le loro attenzioni contro il Demiurgo, assediando e attaccando la montagna su cui sedeva. Il demiurgo, furioso, spense le ambizioni di conquista degli uomini, facendo crollare la montagna su di essi e così sterminandoli.

La Terra non era più divertente, ed Egli decise di concedersi un altro tentativo. Prese della terra, dell’acqua, del fuoco, dell’aria e della luce e tre stampi diversi con i quali produsse l’Uomo e la Donna. Ancora, il Primo stampo era fatto di sterco secco, ed era chiamato Egoismo, il secondo stampo era fatto di legno marcio, ed era chiamato Avidità, Il terzo stampo era fatto di solida pietra, ed era chiamato Altruismo. Tuttavia questa volta ogni stampo era stato modificato per conservare in sé alcune caratteristiche degli altri due. Così gli egoisti conservavano un barlume di altruismo quando la sorte altrui li toccava direttamente, gli avidi considerarono la possibilità di rinunciare talvolta alle cose inutili per fini maggiori, gli altruisti compresero l’importanza, talvolta, di pensare a se stessi e non sempre agli altri.

Il Demiurgo, per evitare la delusione di una nuova rivolta, si rifugiò nel sole e lì rimase a rimirare gli esiti del suo nuovo operato. Trovò ciò che vedeva soddisfacente: ora gli equilibri tra gli uomini erano più stabili e per quanto avidi ed egoisti prevalessero spesso sugli altruisti, questi ultimi iniziavano a comprendere le motivazioni alle spalle del comportamento dei loro fratelli degeneri, riuscendo occasionalmente a difendersi. Gli altri, al contrario, continuavano ad essere sempre convinti di essere nel giusto e finivano con il considerare loro stessi i Veri Altruisti.

Il demiurgo socchiuse gli occhi, convinto che i nuovi personaggi avrebbero reso il suo spettacolo molto più piacevole e imprevedibile. Rimase ad osservare in silenzio per epoche, e ancora osserva, in attesa che le vicende umane diventino troppo banali e ripetitive, in attesa del momento in cui dovrà tornare a mettere mano al suo operato. Il momento in cui sentirà il bisogno di trovare un rifugio dalla noia dell’eternità.

Kafka

Alessandro 4th May 2008

Primo appuntamento con una sorta di giochino che abbiamo inaugurato io e Davide Caci. Un tema comune, uno spazio limitato, un racconto. E giù a scrivere e a confrontare i risultati, per poi pubblicare le nostre fatiche sui rispettivi blog. Per la prima edizione di questo gioco letterario, il tema è stato “l’indecisione“, il limite diciamo sulle tre cartelle di word. Di seguito il mio risultato, qui quello di Dave.

Kafka

 

“Vale la pena, vale la pena, vale la pena o no?
Ora lo chiedo a qualcheduno e poi deciderò…”

Era sui quarant’anni, Paolo Pietrangeli

 

 

Il signor Mosconi quella mattina si svegliò e si trovò indeciso. Si guardò intorno, frugando gli angoli della camera da letto, come in cerca di un suggerimento. Sfiorò con gli occhi il grande armadio in legno di mogano, la finestra (attraverso le tende semitrasparenti), il comodino alla sua sinistra, con sopra la sveglia (scarica, inutilizzata da anni) e il muro a destra, con quell’odiosa carta da parati a fiori che aveva scelto Marta quando era ancora viva. Scosse le mani rugose, le tese, poi le lasciò ricadere sul letto. Diede un colpo di tosse e si pose per la terza volta la stessa domanda: destro o sinistro? Con quale piede scendo dal letto?

A dire la verità, Mosconi non era nuovo alle incertezze. Diciamo piuttosto che la sua era una vera e propria malattia: era un indeciso cronico. Al ristorante poteva passare anche tre quarti d’ora davanti al menù senza riuscire a risolversi su cosa ordinare. Spesso finiva con il seguire placidamente il consiglio di un cameriere o di un commensale, rimanendone puntualmente deluso e persistendo tuttavia nello stesso errore alla cena successiva. In automobile, era sempre stato un pessimo pilota, perennemente confuso sia su quale fosse la strada più conveniente da prendere, sia sul modo di gestire gli incroci: passo? non passo? sì, ho la precedenza, però... Da ragazzo, in compagnia degli amici, si lasciava sempre trasportare dagli altri, faceva solo ciò che gli dicevano di fare. Da bambino, ogni decisione spettava ai genitori, non gli era concesso un briciolo di autonomia. Era convinto di star pagando lo scotto di quel madornale errore educativo da tutta una vita.

Ma queste incertezze che punteggiavano il passato di Mosconi avevano sempre una via di fuga: bastava decidere quello che decidevano gli altri, pensare quello che pensavano gli altri, e tutto sarebbe andato per il meglio. Questa volta no. Questa volta non poteva semplicemente chiedere consiglio a qualcun altro. Seduto sul letto, le coperte gettate su un lato, l’uomo ispezionava minuziosamente i suoi due piedi, cercando di capire quale dei due fosse più adatto a toccare terra per primo.

Era un dubbio non solo esistenziale, ma in qualche modo anche etico. Le credenze popolari ci insegnano che il primo passo della giornata è importante, e il piede preferibile è sicuramente il destro. Se avesse scelto il destro, Mosconi avrebbe passato una bella giornata positiva, e contando che di giornate non gliene dovevano rimanere poi tante, alla sua età, la cosa non gli sarebbe affatto dispiaciuta. Però, così facendo avrebbe implicitamente ammesso di credere nelle assurde superstizioni che gli avevano inculcato a forza da ragazzo, ai tempi della casa in Umbria, e questa era una prospettiva molto meno allettante.

Incertezza, insicurezza, dubbio, amarezza. Marta. Non avendo nulla di meglio da fare, la mente del vecchio iniziò a vagare in direzioni ignorate da tempo. La storia con Marta era l’esempio più lampante del bizzarro morbo che affliggeva il signor Mosconi. Va detto che il Mosconi giovane era un gran bel ragazzo. Era indeciso, ok, ma il più delle volte erano le donne a decidere per lui, nonostante una simile pratica ai tempi fosse molto poco apprezzata in società. Quindi fino alla morte di Marta l’uomo non era mai stato propriamente solo, sebbene non sempre avvertisse una comunione vera e propria con le sue partner e gli capitasse sovente di provare solitudine anche mentre stava mano nella mano con una bella donna. Con Marta però era andato tutto diversamente. Era stato lui, per una volta, a prendere l’iniziativa, e aveva faticato per convincerla della possibilità di un futuro prossimo insieme. Fu bravo, e se ne stupì egli stesso. Talmente bravo che presto Marta iniziò a vedere il loro futuro prossimo come un futuro e basta, contro le aspettative di Mosconi, che sicuramente non aveva il coraggio di chiedere la sua mano, e alla fine dei conti nemmeno la voleva. Di conseguenza, in barba ad ogni convenzione, fu Marta a fare la proposta, demolendo definitivamente ogni velleità di azione decisa nel povero ragazzo, che dopo il mutismo e lo stupore iniziali si ritrovò ad accettare quella stessa richiesta che non aveva ritenuto opportuno fare. Mentre diceva “sì”, di fronte al sacerdote, al signor Mosconi venne in mente la parola “ricaduta”.

Il signor Mosconi era un uomo colto. Aveva letto molto, e continuava tuttora, sebbene la vista non reggesse più tanto lo sforzo. La letteratura moderna non lo appassionasse particolarmente, a lui piacevano i grandi classici europei: Camus, Tolstoj, Kafka e via dicendo. Si focalizzò su Kafka. Si sentì un po’ simile a Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi, imprigionato com’era nel suo guscio di indecisione, un guscio che aveva scoperto di indossare solo quella mattina, ma che in realtà lo appesantiva da tutta un’esistenza. Uno scarafaggio che non riusciva a scendere dal letto. Non a caso, per descrivere lo stato in cui si trovava in quel momento, gli era balenata in mente l’espressione “situazione kafkiana”: un bel giorno ti svegli, e vedi tutto con occhi diversi e straniati, il mondo ti sembra surreale, ma tutto si svolge come se non fosse cambiato nulla. Il signor Mosconi concluse che alla fin fine l’universo è sempre andato così, e non c’è nulla di eccezionale: la mattina ci svegliamo e siamo differenti da come eravamo il giorno prima, sempre. A volte te ne accorgi di più, a volte di meno. Oggi Mosconi se ne accorgeva di più.

Ma una decisione, alla fine, doveva pur prenderla, no? Destro, sinistro, destro, sinistro. Pensò alla leva militare. Bei tempi, in pratica gli era richiesto semplicemente di fare il fantoccio, e c’erano poche cose che gli riuscivano meglio. Pensò alla sua prima notte con una donna, un’esperta, la più famosa dei dintorni; i soldi del padre gli avevano garantito il meglio. Pensò che, nonostante ciò, era stato tutto molto tenero e lei emanava un buon profumo di vaniglia. Pensò alla sua patente, presa in ritardo, e alla macchina, usata, scelta dalla famiglia. Pensò ancora una volta a Marta. La odiava e la amava. Pensò a Catullo. Pensò a Byron, e al libro di poesie romantiche inglesi che lei gli aveva regalato per il loro quarantesimo anniversario. Pensò al fatto che la malattia l’aveva stroncata prima che potessero arrivare al quarantunesimo. Poi pensò a cosa si dice della morte, che quando è tempo ti viene da ricordare tutti i momenti più importanti della tua vita, e finalmente comprese il senso di ciò che gli stava succedendo. Pensò che alla fin fine, il momento più importante della vita di un uomo è sempre una donna.

Pensò che non era più necessario decidere con quale piede scendere a terra, che ormai non ne valeva la pena. Era stato malato tutta la vita, forse era ora di sfruttare gli ultimi minuti per guarire.

Decise.

Decise di stendersi di nuovo in quel letto freddo, troppo grande per lui solo, e di non alzarsi più.

Devo crescere?

Alessandro 23rd April 2008

Dialogo appena avuto con un mio coinquilino.

Io al computer, le cuffie alle orecchie, ad ascoltare le cover strafighissime di Miwa e i suoi componenti, che prendono le sigle dei cartoni animati e le riarrangiano con uno stile che fa veramente paura. Risuona “Furia cavallo del West”. Emozione.

Luca, il coinquilino, in accappatoio, fa capolino dalla porta del salotto. E mi fissa. Su

“io vorrei salire con te
e con te mezz’ora sarei
il capo dei Moicani
prima io son piccolo io
tocca a me giocare con te
sono Davy Crockett io
tu sta zitto sono il capo dei Moicani
sono davy crockett io
ma su Furia si sta anche in tre”

non resisto e mi getto indietro sulla sedia con soddisfazione ridacchiando tra me e me.

Luca: Ale, che fai?

Io:

Luca: ?

Io: Ascolto la musica…

Luca: ma che mossa hai fatto?

Io: Io? cosa? Niente…

Luca: hai fatto così (mima il mio gesto incosulto)

Io: ah… (sprofondo un momento, poi risalgo) No beh, c’era un passaggio particolarmente emozionante, e m’è venuto da fare quel gesto… (lo osservo per vedere se ci crede)

ci crede

Luca: ah… ma cosa ascolti?

Io: eh… le sigle dei cartoni animati

Attimo di silenzio

Luca (guardandomi brutto): Basta, io con te non ci parlo più.

E se n’è andato. Che dite? Devo crescere? XD

Il vecchietto

Alessandro 21st April 2008

Domenica mattina, imminente il pranzo di compleanno di mio padre, mia madre mi consegna due buste di roba cartosa/vetrosa/plasticosa da differenziare nelle apposite campane. Infilo stancamente le scarpe da ginnastica e mi avvio ai cassonetti, poco distanti da casa. Qui inizio a perlustrare le buste e a decidere cosa va dove (ma i tappi delle bottiglie vanno tolti? ma le etichette? ma le buste di cellophane vanno nella plastica o è meglio di no?) quando una singolare presenza si profila a pochi metri da me, sul ghiaino che c’è al bordo della strada. Il vecchietto.

Il vecchietto blatera qualcosa e non capisco se parli da solo o si rivolga a me, quindi insisto nella mia selezione innaturale - fogli di carta chiusi in contenitori di plastica… strappa, dividi, impera, getta, ricicla - e lo ignoro. I secondi passano, e il vecchietto blatera ancora, al che mi volto e noto che mi sta fissando. Il bastone, che tiene orgogliosamente in mano, indica con disprezzo una pietra di una decina di centimetri che giace solitaria in mezzo al ghiaino. Il vecchietto mi fa: “e questa cosa di fa qui?”

Lo guardo perplesso. “Non lo so” rispondo… “I cazzi suoi” penso.
Continua “Ieri non c’era, erano tutti sassi piccoli” e io, grufolando tra le bottiglie di vino vuote: “Eh, non so che dirle”.
Loquace, insiste: “Ho controllato, ieri, questo non c’era, era tutto pulito”. “Beh, che strano” commento io, strappando cellophane e interrogandomi su dove buttare i fogli di carta plastificati.
“Si vede che qualcuno ha parcheggiato la bici e l’ha bloccata con questo” “Può essere” rispondo, interrogandomi su come sia possibile tenere ferma una bici con un pezzo di pietra.
“Adesso lo prendo e lo butto tra i cassonetti” conclude.

Bravo, vecchietto“, penso, ma non lo dico e continuo la mia operazione ecologista. Il vecchietto si china e raccoglie la pietra, avanza con calma tra le campane della plastica e del vetro e scompare alla mia vista. Dopo qualche minuto finisco di fare il mio dovere di buon cittadino e mi avvio verso casa. Il vecchietto è ancora tra le campane, non ne è più uscito. “Buona giornata”, gli dico. “Sì, buona giornata…” risponde quasi scocciato.

Ok, è vivo. Torniamo a casa.