Archive for the 'Poesie e canzoni' Category

Io sono bello, sono bellissimo!

Alessandro 9th November 2009

Dopo averla spammata ovunque, la posto pure qui
Eccezionale.

Piero Ciampi, Adius

I cavalieri dello zodiaco - la tela perduta

Alessandro 25th April 2009

In Giappone sono in lavorazione i primi tredici OAV della nuova serie dei Cavalieri dello zodiaco, Saint Seiya The Lost Canvas, ambientata nel 18esimo secolo, durante la guerra sacra che allora contrappose la Dea Atena e il signore dell’oltretomba Hades. Tra trailer rubati di straforo a festival nipponici, illustrazioni, disegni e un primo video ufficiale, possiamo già iniziare a farci un’idea di questa nuova produzione, caratterizzata da un character design tutto nuovo (ispirato al tratto dell’autrice del manga da cui è tratta, Shiori Teshirogi) e da animazioni apparentemente di ottimo livello, rispetto ai poco esaltanti Chapter Inferno e Chapter Elysion, le ultime serie dei cavalieri trasmesse nel paese del Sol Levante.

Di seguito, ecco la sigla iniziale della serie, con tanto di Karaoke offerto dai fan spagnoli del sito llusantronic. La sigla è interamente in inglese, nel video trovate il testo in inglese e la traduzione in spagnolo, e di seguito inserisco una traduzione in italiano. Buona visione.

Voglio solo sapere a che vale la mia vita,
vincere ogni scontro che devo affrontare?
Non mi sono mai sentito così prima
Ma la verità verrà rivelata oggi.

Non sono di certo obbligato a uccidere nessuno
Né ho bisogno di vivere in questo modo.
L’amore colmerà il mondo e regnerà
per sempre supremo!

Saint Seiya
Noi ti stiamo chiamando
Saint Seiya
Aiutaci a superare
le nebulose di confusione
gli sciami di ansietà
i vortici di indecisione.

Conduci noi al regno di Atena.

Il Canto d’amore di J.Alfred Prufrock di T.S.Eliot (o “del farla fuori dal vaso”)

Alessandro 6th April 2009

Questa è la traduzione più infernale che abbia mai tentato, e sicuramente la meno riuscita. Però la poesia originale è bellissima, quindi voglio comunque condividere questo tentativo. Si accettano insulti.

Testo originale: The love song of J.Alfred Prufrock

Traduzione:

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma starìa senza piu scosse.
Ma perciocché giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s’i’odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

[in italiano nel testo]

E dunque andiamo, io e te,
quando la sera è stesa contro il ciel,
come un paziente sul tavolo, anestetizzato.
Andiamo, per semideserte strade,
mormoranti contrade,
di notti senza posa in hotel non di lusso
e locande di segatura con gusci di mollusco.
Strade che si susseguono quale argomento tedioso
dall’intento insidioso
di condurti a un quesito schiacciante.
Oh, domandar “Cos’è?” costa,
Andiamo a fare la visita nostra.

Nella stanza le donne vengono e vanno
di Michelangelo parleranno.

La nebbia gialla che gratta il dorso contro le finestre,
la nebbia gialla che gratta il muso sopra le finestre,
batté la lingua sugli angoli della sera,
indugiò sulle pozze negli scoli perse,
si lasciò cader il nerofumo dei camini sulla schiena.
Scivolò sul terrazzo, spiccò un salto da lì,
e vedendo la soffice notte d’ottobre
una volta circondò la casa e s’assopì.

E di certo ci sarà tempo
per la nebbia gialla che scivola sulla strada,
grattando il dorso contro le finestre;
ci sarà tempo, ci sarà tempo
per scegliere un volto da presentare ai volti che ti si presentano,
ci sarà tempo per la creazione e il delitto.
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
che poggiano un quesito sul tuo piatto;
tempo per te e tempo per me.
E tempo per cento indecisioni
e cento visioni e revisioni,
prima di prendere un toast e un tè.

Nella stanza le donne vengono e vanno
di Michelangelo parleranno.

E di certo ci sarà tempo
per chiedersi “oserò?” e, “oserò?”
tempo di voltarsi e discendere le scale,
con una chiazza calva in mezzo a una testa tale-
[Diranno "Quanto si fanno radi i suoi capelli, quanto!"]
il mio abito da mattina, il colletto fino al mento.
La mia cravatta ricca e modesta, ma fissata da un semplice punto
[diranno: "Ma quanto son sottili gambe e braccia! E' consunto!"]
Oserò
disturbare l’universo?
In un minuto c’è tempo
per decisioni e revisioni che un minuto muterà.

Poiché tutti già li conobbi, li conobbi tutti:
conobbi sere, meriggi e mattini
misurai la mia vita con semplici cucchiaini.

Conosco le voci che muoiono sotto la musica
giunta da una lontana stanza in morente precipitare
così, come dovrei rischiare?

E tutti gli occhi già conobbi, li conobbi tutti-
gli occhi che ti fissano in una frase formulata.
E quando sono formulato, su uno spillo qualunque,
quando sono trafitto e sul muro vado ai matti
come potrei iniziare dunque
a sputar ciò che rimane dei giorni e modi miei?
E come dovrei rischiare?

E tutte le braccia già conobbi, le conobbi tutte-
braccia colme di gioielli e bianche e nude
[ma a un baglior di lampada, svilite da peluria lieve e rude].
E’ un aroma d’indumento
che confonde il mio argomento?
Braccia stese su un tavolo, o avvolte in uno scialle.
E così dovrei rischiare?
E come dovrei iniziare?

Dirò, vagai al crepuscolo per angusti viali
e osservai il fumo innalzarsi dalle pipe
d’uomini soli in maniche di camicia alle loro finestre?

Avrei dovuto essere un paio di chele aspre
che corrono sui fondali di silenti mari.

E il meriggio, la sera, così lieta riposa!
Lisciata da lunghe dita
dormiente… quieta… o finta malata.
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Dovrei, dopo tè, torte e sorbetti,

aver la forza di portare alla crisi dei momenti perfetti?
Ma benché abbia pianto in digiuno, pianto e pregato,
benché abbia visto la mia [già calva] testa su un vassoio.

Non sono profeta - né esserlo voglio;
ho visto il mio momento di grandezza che vacillava.
e l’eterno lacchè che reggendo il mio giaccone rideva,
e in poche parole, ne ebbi paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopotutto.
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
fra la porcellana e qualche chiacchiera tra te e me.
Ne sarebbe valsa la pena
d’ignorare con un sorriso il problema,
di comprimere in una palla l’universo tutto
e farlo rotolare verso un quesito schiacciante,
di dire “Sono Lazzaro, vengo dalla morte,
torno per dirvi tutto, vi dirò tutto!”-
se una, sistemando un cuscino sotto il capo, forte
dovesse dire: “Non è questo che intendevo, affatto,
non è questo, affatto”

E ne sarebbe valsa la pena, dopotutto,
ne sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti e i cortili e le umide strade.
Dopo i romanzi e le tazze da tè, dopo le gonne che van strisciando.
E questo, e tanto altro?-
E’ impossibile dire solo ciò che io intenda!
Ma se magica lanterna mostrasse i ricami dei nervi su una tenda:
ne sarebbe valsa la pena
se una, sistemando un cuscino o a calar lo scialle,
e a volgersi verso la finestra, dovesse dire
“Non è questo, affatto,
non è questo che intendevo, affatto!”

. . . . .

No! Non sono il Principe Amleto, né dovrei,
sono uomo di corte, uno che può bene
rimpinguar un corteo, cominciar una o due scene,
avvisar il principe; certo, uno strumento che non dà pene,
deferente, lieto d’esser d’aiuto,
politico, cauto, e meticoloso;
pieno d’alte sentenze, ma un po’ ottuso
a volte, di certo, quasi spiritoso–
quasi, a volte, il Folle furioso.

Sono invecchiato… sono invecchiato…
Indosserò l’orlo dei pantaloni rivoltato

Mi riporterò i capelli? Oserò mangiar pesche intere?
Indosserò candidi pantaloni di flanella e andrò per spiagge serene.
Sentii l’una all’altra cantare le sirene.

Non penso che per me canteran le loro nenie.

Le vidi cavalcare le onde verso il mar
Pettinare la bianca chioma dell’onda di risacca:
Quando il vento soffia sull’acqua nera e bianca.

Così con le figlie del mare d’alghe rosse e brune
incoronate in marine camere ci attardammo
Finché voci d’uomo ci svegliarono, ed affogammo.

Tackle estivo

Alessandro 13th August 2008

Sibila il ventilatoRe,
CALtorriDA estate,
GOCCIolA la mente sudOre,
pomeriggio infinito.

 

DribblaNo entrate inASPETTAte
i NEUROni, che son quasi spenti,
lo studio è un pensiero storDito
da sfogliare per stringere i denti.

 

Ed appaiono dip(h)inti romanzi:
un’amicizia in-attesa ti dà prurito
il sole sulla sCHI(?)ena si espande
in tutti e cinque i sensi.

 

Vuoto un po’ il tempo, vano lo spazio,
Vano di mondo più che elETtronico,
tasca che s’apre su Parigi e le Ande,
Spagna, poi Irlanda, in flusso e-PERSONico.

 

Ed ecco ti dici che è tutto un perCorso:
Passi affanNati, passi da mAtto,
Passi la vita a cercare risposte
quando lo sai che non sai le domande.

 

Gli occhi li guardi per esser toccato,
altroché lenti: occhiacconTatto.
Lonta(no, vici)no, la cornea ti mostra
la veREALtà di chi t’ha osservato.

 

Dunque allo specchIO guarda il tuo sguardo,
così gioCHIamo a far conosc(I)enza.
Tu chi saresti? Hai consiStENZA?
Io sono io, piacere, Alessandro.

La belle dame sans merci di J. Keats (1884)

Alessandro 2nd July 2008

Stasera m’annoiavo un po’, quindi ho deciso di fare una delle mie malatissime traduzioni poetiche. Questa poesia è molto bella e inquietante, e beh… diciamo che ci si possono leggere tante cose, a seconda dell’umore del lettore. Spero vi piaccia: come da tradizione, di seguito testo originale e traduzione mia.

La belle dame sans merci

O WHAT can ail thee, knight-at-arms,
Alone and palely loitering?
The sedge has wither’d from the lake,
And no birds sing.

O what can ail thee, knight-at-arms!
So haggard and so woe-begone?
The squirrel’s granary is full,
And the harvest’s done.

I see a lily on thy brow
With anguish moist and fever dew,
And on thy cheeks a fading rose
Fast withereth too.

I met a lady in the meads,
Full beautiful—a faery’s child,
Her hair was long, her foot was light,
And her eyes were wild.

I made a garland for her head,
And bracelets too, and fragrant zone;
She look’d at me as she did love,
And made sweet moan.

I set her on my pacing steed,
And nothing else saw all day long,
For sidelong would she bend, and sing
A faery’s song.

She found me roots of relish sweet,
And honey wild, and manna dew,
And sure in language strange she said—
“I love thee true.”

She took me to her elfin grot,
And there she wept, and sigh’d fill sore,
And there I shut her wild wild eyes
With kisses four.

And there she lulled me asleep,
And there I dream’d—Ah! woe betide!
The latest dream I ever dream’d
On the cold hill’s side.

I saw pale kings and princes too,
Pale warriors, death-pale were they all;
They cried—“La Belle Dame sans Merci
Hath thee in thrall!”

I saw their starved lips in the gloam,
With horrid warning gaped wide,
And I awoke and found me here,
On the cold hill’s side.

And this is why I sojourn here,
Alone and palely loitering,
Though the sedge is wither’d from the lake,
And no birds sing.

La belle dame sans merci (traduzione italiana)

Oh che ti strugge, armato cavaliere,
che vaghi solo e affranto?
Nel lago sbianca la ninfea,
d’uccelli non v’è il canto.

Oh che ti strugge, armato cavaliere,
così triste ed inquieto?
Dello scoiattolo è piena la tana:
il raccolto è completo.

Un giglio bianco è sulla tua fronte,
d’angoscia umida e di febbre stanca,
e sulle tue guance una rosa che muore:
anch’essa rapida sbianca.

Incontrai in quei campi una vera signora,
di piena bellezza - delle fate lignaggio.
Lunga la chioma, il piede leggero,
e lo sguardo selvaggio.

A lei intrecciai una viva ghirlanda,
e una cintura, e fasce perfette,
così mi guardò com’io fossi l’Amore,
e dolce gemette.

La posi sul mio cavallo trottante,
e null’altro vidi in quella giornata
poiché di traverso si mise e cantò
delle fate la serenata.

Mi recò radici dal dolce sapore,
e miele selvatico, e di manna un torrente,
e in lingue strane di certo mi disse
“ti amo realmente”

Mi portò dunque all’elfica grotta
e lì versò, triste, lacrime audaci
e lì io chiusi i suoi umidi occhi
con quattro baci.

E lì mi cullò finché non dormii
e lì feci un sogno - in mente ribolle
che sia maledetto quell’ultimo sogno
sul freddo fianco del colle.

E vidi re smunti, e principi anche,
e smunti guerrieri, il destino segnato;
Piangevano - “La belle dame sans merci
ti ha catturato!”

E vidi al crepuscolo le labbra morenti,
serrate in un monito folle,
e mi svegliai ed ero già qui,
sul freddo fianco del colle.

Ed ecco perché mi trovo qui
che vago solo e affranto.
Nel lago sbianca la ninfea,
d’uccelli non v’è il canto.

No, grazie!

Alessandro 28th May 2008

Che io sto cercando da tutto il pomeriggio la mia copia del Cyrano de Bergerac, ma ho il forte sospetto di averla lasciata a Bologna. Speriamo di trovarla almeno lì.

Ad ogni modo nei miei peregrinaggi su Youtube, oltre a quattro spezzoni di un programma televisivo in cui Baricco parlava del Nasone per antonomasia (dateci un’occhiata) ho ripescato anche qualche spezzone del bel film con Gerard Depardieu. Uno dei vari è questo, che secondo me rappresenta alla perfezione la grandezza del personaggio Cyrano. Abbiamo tutti da imparare una bella lezione di dignità.

Mercoledì e sabato

Alessandro 25th April 2008

Carlo già di suo non sopportava i bambini piccoli. Impertinenti, ti scrutano con l’aria di chi sa tutto della vita, dal basso dei suoi sei o sette anni. Inoltre, Carlo odiava i viaggi in treno, anche quelli più brevi, anche se trovava posto da subito, anche se riusciva ad attaccar bottone con qualche bella ragazza. Ecco, ritrovarsi su un treno, in piedi, mentre una bimba piccola ti fissa incuriosita, era il modo peggiore in cui Carlo potesse sperare di passare quel sabato. “Il secondo giorno peggiore della mia vita” pensò.

Il primo giorno peggiore della vita di Carlo era stato mercoledì, se ne deduce che la settimana non era andata per il meglio. Mercoledì lei ti dice di no, sabato sei sul treno che ti riporta a casa e una bimbetta vestita di rosa ti fissa. Carlo mal sopportava anche il rosa, soprattutto in quel momento. Si domandò cosa potesse avere di così strano la sua faccia, di così divertente, da dover essere scrutata con tanta attenzione. Poi considerò fra sé e sé che gli avrebbe fatto piacere picchiare la bambina, ma non era il caso. Infine, sprofondò nuovamente nei pensieri che l’avevano accompagnato quotidianamente nell’ultima settimana. Sprofondò nuovamente in Lei.

“No” è una della parole che ti fa più male. E’ una risposta secca, non lascia spiragli, né sfumature. “No” è una parola in bianco e nero. Funziona così: ti sparano una pallottola diritta nel cuore, pensando di finirla lì, e invece ti ammazzano lentamente. Sanno che è così, ma sul momento sembrano (fingono di) dimenticarsene. Quella pallottola avanzava nei ventricoli di Carlo da mercoledì, e causava un dolore tremendo. “L’amore” pensò “può far male in tantissimi modi. Tipo quando un innamorato deluso picchia a sangue una bambina rosa che lo sta fissando da mezz’ora.” Sconfortato, non aveva nemmeno il coraggio di accendere il lettore mp3: tanto ogni canzone in qualche modo gli avrebbe descritto Lei, e sarebbe stata una piccola pallottola in più. Arrivato a casa, sarebbe andato in palestra, avrebbe dato qualche pugno al sacco per sfogarsi. Non sarebbe servito a nulla, ma il dolore alle nocche l’avrebbe distratto un po’.

La bambina rosa si voltò un momento verso la donna che la teneva per mano, come smarrita. Carlo continuava a interrogarsi su quella sera: il rifiuto, quella voce un po’ da stronza che a lui tanto piaceva, il metro che li divideva all’istante della domanda, i due metri che li dividevano poco dopo la risposta, i tre metri, i quattro metri, e via dicendo. La bimba intanto era riuscita a divincolarsi dalla mano che tentava di frenarla. Stai a vedere che adesso viene pure a rompere i coglioni. Fece due o tre passetti verso di lui. Le scarpine laccate con la fibbia ricordarono a Carlo i tempi dell’asilo. Facili le cose, quella volta. Il ragazzo stava calibrando bene le parole da dire per togliersi dai piedi quella fastidiosa presenza senza eccedere in livore o volgarità. Ma lei lo anticipò.

“Signore, perché non piangi?” domandò.

Spiazzato.

“Che… che cosa?” balbettò Carlo in tutta risposta.

“Tu sei triste” continuò la bimba “Io quando sono triste piango, e così sto meglio”. Solo a quel punto Carlo si rese conto che per tutto quel tempo lo sguardo di quell’esserino non era stato propriamente curioso, ma quasi preoccupato. Possibile che le bambine vestite di rosa siano così empatiche? Si passò una mano sulle guance. Asciutte. In effetti, da mercoledì non gli era capitato nemmeno una volta di piangere. Chissà, forse gli avrebbe fatto bene veramente, ma proprio non gli riusciva. Poi sul treno, in mezzo a tutta quella gente, non era granché dignitoso. Fu allora che una lacrima scese dall’angolo dell’occhio sinistro della bambina. La piccola iniziò a piangere, ma come piange un grande, in silenzio, senza farsi notare, singhiozzando appena. Carlo era assolutamente confuso, e ora si sentiva anche un po’ in colpa: cosa aveva fatto di male?

Ma lei lo tranquillizzò:
“Mi sa che non sai piangere, signore, ma stai calmo: piango io per te. Quando sono triste e qualcuno piange con me, sto meglio perché so che c’è qualcuno che mi vuole bene.”

Spiazzato, di nuovo. La signora che teneva la bimba per mano la recuperò in fretta e chiese scusa a Carlo per il disturbo, poi accorgendosi che la piccola piangeva tirò fuori un fazzoletto e le pulì il viso. Alla fermata successiva scesero tutte e due. La bambina salutò Carlo con la mano, sorridendo. Carlo sentì gli occhi umidi e il cuore un po’ più leggero. Si infilò le cuffie nelle orecchie e accese il lettore.

Devo crescere?

Alessandro 23rd April 2008

Dialogo appena avuto con un mio coinquilino.

Io al computer, le cuffie alle orecchie, ad ascoltare le cover strafighissime di Miwa e i suoi componenti, che prendono le sigle dei cartoni animati e le riarrangiano con uno stile che fa veramente paura. Risuona “Furia cavallo del West”. Emozione.

Luca, il coinquilino, in accappatoio, fa capolino dalla porta del salotto. E mi fissa. Su

“io vorrei salire con te
e con te mezz’ora sarei
il capo dei Moicani
prima io son piccolo io
tocca a me giocare con te
sono Davy Crockett io
tu sta zitto sono il capo dei Moicani
sono davy crockett io
ma su Furia si sta anche in tre”

non resisto e mi getto indietro sulla sedia con soddisfazione ridacchiando tra me e me.

Luca: Ale, che fai?

Io:

Luca: ?

Io: Ascolto la musica…

Luca: ma che mossa hai fatto?

Io: Io? cosa? Niente…

Luca: hai fatto così (mima il mio gesto incosulto)

Io: ah… (sprofondo un momento, poi risalgo) No beh, c’era un passaggio particolarmente emozionante, e m’è venuto da fare quel gesto… (lo osservo per vedere se ci crede)

ci crede

Luca: ah… ma cosa ascolti?

Io: eh… le sigle dei cartoni animati

Attimo di silenzio

Luca (guardandomi brutto): Basta, io con te non ci parlo più.

E se n’è andato. Che dite? Devo crescere? XD

Offlaga Disco Pax, Robespierre

Alessandro 26th March 2008

Genio e sregolatezza.

Picchiano duro

Alessandro 16th March 2008

Domani esame, oggi piccola gara. Mi è venuta voglia di riascoltarmi le due sigle italiane delle serie a cartoni animati tratte da street fighter e virtua fighter. Due ottime sigle, secondo me.

Ora, come videogioco Street Fighter è oltre, quindi non c’è gara. Però le sigle mi sembrano tutte e due molto belle, quindi a voi: quale preferite?

Street Fighter (Tra cielo e terra)

Hai preso troppi calci ormai
il cuore è livido
ma questo sale non va giù
e non ci è andato mai.

E’ tempo di dire che ci sei,
segnare la differenza
tra vivere e morire.

Fammi sentire il cuore
che grida dal dolore
e sputa il sangue finché puoi.

Cammina a denti stretti,
vivi tra cielo e terra
e fai sentire che ci sei.

Sarà la vita a dirti se
e dove arriverai
e sarà il tempo a dirti se
e quanto fiato avrai.

Ma in fondo qui non si arriva mai
e quello che puoi toccare
lo perdi in un momento.

Cancella il tuo destino,
scrivi da te la vita
e ferma il tempo finché puoi.

Cammina a denti stretti
vivi tra cielo e terra
e fai sentire che ci sei,
che ci sei…

Fammi sentire il cuore
che grida dal dolore
e sputa il sangue finché puoi.

Cammina a denti stretti
vivi tra cielo e terra
e fai sentire che ci sei.

Cammina a denti stretti
vivi tra cielo e terra
e fai sentire che ci sei.

Virtua Fighter

Se ti guardo
io mi ritrovo in te,
il destino
ci aiuta ed anche se
la città tentacolare
scoppia tutta d’energia,
noi guardiamo in alto
e affrontiamo tutto.

Vecchie carte,
strappa e getta via,
nuove strade
alla tua fantasia.
Se tu lanci una moneta
un miracolo accadrà
e migliore il mondo
può diventare.

Su fra le stelle
che girano in eterno
si può partire insieme
per l’ignoto aperto
porto nel cuore il tuo sguardo che è solo per me.

E’ una stupenda vita
nel cielo puoi volare,
bussa forte
spalancherai le porte.
Che avventura,
con me sei più sicura.
E’ un incanto
finché ti avrò qui accanto.