Alessandro 6th April 2009
Questa è la traduzione più infernale che abbia mai tentato, e sicuramente la meno riuscita. Però la poesia originale è bellissima, quindi voglio comunque condividere questo tentativo. Si accettano insulti.
Testo originale: The love song of J.Alfred Prufrock
Traduzione:
S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma starìa senza piu scosse.
Ma perciocché giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s’i’odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.
[in italiano nel testo]
E dunque andiamo, io e te,
quando la sera è stesa contro il ciel,
come un paziente sul tavolo, anestetizzato.
Andiamo, per semideserte strade,
mormoranti contrade,
di notti senza posa in hotel non di lusso
e locande di segatura con gusci di mollusco.
Strade che si susseguono quale argomento tedioso
dall’intento insidioso
di condurti a un quesito schiacciante.
Oh, domandar “Cos’è?” costa,
Andiamo a fare la visita nostra.
Nella stanza le donne vengono e vanno
di Michelangelo parleranno.
La nebbia gialla che gratta il dorso contro le finestre,
la nebbia gialla che gratta il muso sopra le finestre,
batté la lingua sugli angoli della sera,
indugiò sulle pozze negli scoli perse,
si lasciò cader il nerofumo dei camini sulla schiena.
Scivolò sul terrazzo, spiccò un salto da lì,
e vedendo la soffice notte d’ottobre
una volta circondò la casa e s’assopì.
E di certo ci sarà tempo
per la nebbia gialla che scivola sulla strada,
grattando il dorso contro le finestre;
ci sarà tempo, ci sarà tempo
per scegliere un volto da presentare ai volti che ti si presentano,
ci sarà tempo per la creazione e il delitto.
E tempo per tutte le opere e i giorni di mani
che poggiano un quesito sul tuo piatto;
tempo per te e tempo per me.
E tempo per cento indecisioni
e cento visioni e revisioni,
prima di prendere un toast e un tè.
Nella stanza le donne vengono e vanno
di Michelangelo parleranno.
E di certo ci sarà tempo
per chiedersi “oserò?” e, “oserò?”
tempo di voltarsi e discendere le scale,
con una chiazza calva in mezzo a una testa tale-
[Diranno "Quanto si fanno radi i suoi capelli, quanto!"]
il mio abito da mattina, il colletto fino al mento.
La mia cravatta ricca e modesta, ma fissata da un semplice punto
[diranno: "Ma quanto son sottili gambe e braccia! E' consunto!"]
Oserò
disturbare l’universo?
In un minuto c’è tempo
per decisioni e revisioni che un minuto muterà.
Poiché tutti già li conobbi, li conobbi tutti:
conobbi sere, meriggi e mattini
misurai la mia vita con semplici cucchiaini.
Conosco le voci che muoiono sotto la musica
giunta da una lontana stanza in morente precipitare
così, come dovrei rischiare?
E tutti gli occhi già conobbi, li conobbi tutti-
gli occhi che ti fissano in una frase formulata.
E quando sono formulato, su uno spillo qualunque,
quando sono trafitto e sul muro vado ai matti
come potrei iniziare dunque
a sputar ciò che rimane dei giorni e modi miei?
E come dovrei rischiare?
E tutte le braccia già conobbi, le conobbi tutte-
braccia colme di gioielli e bianche e nude
[ma a un baglior di lampada, svilite da peluria lieve e rude].
E’ un aroma d’indumento
che confonde il mio argomento?
Braccia stese su un tavolo, o avvolte in uno scialle.
E così dovrei rischiare?
E come dovrei iniziare?
Dirò, vagai al crepuscolo per angusti viali
e osservai il fumo innalzarsi dalle pipe
d’uomini soli in maniche di camicia alle loro finestre?
Avrei dovuto essere un paio di chele aspre
che corrono sui fondali di silenti mari.
E il meriggio, la sera, così lieta riposa!
Lisciata da lunghe dita
dormiente… quieta… o finta malata.
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Dovrei, dopo tè, torte e sorbetti,
aver la forza di portare alla crisi dei momenti perfetti?
Ma benché abbia pianto in digiuno, pianto e pregato,
benché abbia visto la mia [già calva] testa su un vassoio.
Non sono profeta - né esserlo voglio;
ho visto il mio momento di grandezza che vacillava.
e l’eterno lacchè che reggendo il mio giaccone rideva,
e in poche parole, ne ebbi paura.
E ne sarebbe valsa la pena, dopotutto.
Dopo le tazze, la marmellata, il tè,
fra la porcellana e qualche chiacchiera tra te e me.
Ne sarebbe valsa la pena
d’ignorare con un sorriso il problema,
di comprimere in una palla l’universo tutto
e farlo rotolare verso un quesito schiacciante,
di dire “Sono Lazzaro, vengo dalla morte,
torno per dirvi tutto, vi dirò tutto!”-
se una, sistemando un cuscino sotto il capo, forte
dovesse dire: “Non è questo che intendevo, affatto,
non è questo, affatto”
E ne sarebbe valsa la pena, dopotutto,
ne sarebbe valsa la pena,
dopo i tramonti e i cortili e le umide strade.
Dopo i romanzi e le tazze da tè, dopo le gonne che van strisciando.
E questo, e tanto altro?-
E’ impossibile dire solo ciò che io intenda!
Ma se magica lanterna mostrasse i ricami dei nervi su una tenda:
ne sarebbe valsa la pena
se una, sistemando un cuscino o a calar lo scialle,
e a volgersi verso la finestra, dovesse dire
“Non è questo, affatto,
non è questo che intendevo, affatto!”
. . . . .
No! Non sono il Principe Amleto, né dovrei,
sono uomo di corte, uno che può bene
rimpinguar un corteo, cominciar una o due scene,
avvisar il principe; certo, uno strumento che non dà pene,
deferente, lieto d’esser d’aiuto,
politico, cauto, e meticoloso;
pieno d’alte sentenze, ma un po’ ottuso
a volte, di certo, quasi spiritoso–
quasi, a volte, il Folle furioso.
Sono invecchiato… sono invecchiato…
Indosserò l’orlo dei pantaloni rivoltato
Mi riporterò i capelli? Oserò mangiar pesche intere?
Indosserò candidi pantaloni di flanella e andrò per spiagge serene.
Sentii l’una all’altra cantare le sirene.
Non penso che per me canteran le loro nenie.
Le vidi cavalcare le onde verso il mar
Pettinare la bianca chioma dell’onda di risacca:
Quando il vento soffia sull’acqua nera e bianca.
Così con le figlie del mare d’alghe rosse e brune
incoronate in marine camere ci attardammo
Finché voci d’uomo ci svegliarono, ed affogammo.