Alessandro 4th January 2009
Altra recensione pubblicata di fresco su Flashfumetto, la trovate qui.

Una sposa, un eroe da telefilm, una bambina fotofobica, un tipo dall’aria poco raccomandabile, un omaccione dagli occhi buoni. Cinque persone che non si sono mai viste in vita loro, ognuno col proprio passato, coi propri segreti e i propri problemi, si risvegliano un giorno in quella che ha tutta l’apparenza di essere una vecchia fabbrica abbandonata. Non ricordano come sono finiti lì, né perché.
Da questa premessa leggermente abusata muove il nuovo lavoro di Gianluca Morozzi e Michele Petrucci, FactorY (casa editrice Fernandel), un thriller con venature horror che sembra aver fatto proprio l’insegnamento del nuovo trend dei serial televisivi d’oltreoceano. La storia, divisa non a caso in “episodi” (il primo volume ne conta quattro), segue una doppia linea temporale, sul modello di Lost: all’evoluzione delle vicende narrate nel presente e al disvelamento dei vari misteri in gioco si affianca il passato dei personaggi, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo.
Grazie a questo stratagemma, la costruzione dei protagonisti è uno dei punti forti dell’opera: personaggi a una prima occhiata banali e insipidi, sin da questo volume rivelano invece uno spessore inaspettato e caratterizzazioni a tutto tondo, sorprendendo piacevolmente il lettore. La sceneggiatura di Morozzi, dal ritmo battente e sostenuto, dosa sapientemente gli elementi narrativi che vanno a costruire un intreccio solido e avvincente, e infonde alla narrazione un’atmosfera claustrofobica e pressante. Da questo punto di vista, i disegni di Petrucci sono perfettamente funzionali alla trama e mostrano un senso dell’inquadratura impressionante, con influenze cinematografiche piuttosto evidenti nella costruzione delle sequenze.
Un esperimento riuscito dunque, questo di fondere il fumetto italiano e il serial tv americano? Per il momento ci troviamo a dover rispondere “sì e no”. Infatti, se quanto detto sopra rende FactorY una lettura sicuramente piacevole e soddisfacente, la struttura di questo primo volume risente troppo dei modelli a cui si ispira, causando spesso nel lettore una sgradevole sensazione di già visto. Una sensazione che, si spera, verrà meno nel prosieguo della serie, che ha tutte le carte per evolvere in qualcosa di veramente ottimo.