Mercoledì e sabato
Alessandro 25th April 2008
Carlo già di suo non sopportava i bambini piccoli. Impertinenti, ti scrutano con l’aria di chi sa tutto della vita, dal basso dei suoi sei o sette anni. Inoltre, Carlo odiava i viaggi in treno, anche quelli più brevi, anche se trovava posto da subito, anche se riusciva ad attaccar bottone con qualche bella ragazza. Ecco, ritrovarsi su un treno, in piedi, mentre una bimba piccola ti fissa incuriosita, era il modo peggiore in cui Carlo potesse sperare di passare quel sabato. “Il secondo giorno peggiore della mia vita” pensò.
Il primo giorno peggiore della vita di Carlo era stato mercoledì, se ne deduce che la settimana non era andata per il meglio. Mercoledì lei ti dice di no, sabato sei sul treno che ti riporta a casa e una bimbetta vestita di rosa ti fissa. Carlo mal sopportava anche il rosa, soprattutto in quel momento. Si domandò cosa potesse avere di così strano la sua faccia, di così divertente, da dover essere scrutata con tanta attenzione. Poi considerò fra sé e sé che gli avrebbe fatto piacere picchiare la bambina, ma non era il caso. Infine, sprofondò nuovamente nei pensieri che l’avevano accompagnato quotidianamente nell’ultima settimana. Sprofondò nuovamente in Lei.
“No” è una della parole che ti fa più male. E’ una risposta secca, non lascia spiragli, né sfumature. “No” è una parola in bianco e nero. Funziona così: ti sparano una pallottola diritta nel cuore, pensando di finirla lì, e invece ti ammazzano lentamente. Sanno che è così, ma sul momento sembrano (fingono di) dimenticarsene. Quella pallottola avanzava nei ventricoli di Carlo da mercoledì, e causava un dolore tremendo. “L’amore” pensò “può far male in tantissimi modi. Tipo quando un innamorato deluso picchia a sangue una bambina rosa che lo sta fissando da mezz’ora.” Sconfortato, non aveva nemmeno il coraggio di accendere il lettore mp3: tanto ogni canzone in qualche modo gli avrebbe descritto Lei, e sarebbe stata una piccola pallottola in più. Arrivato a casa, sarebbe andato in palestra, avrebbe dato qualche pugno al sacco per sfogarsi. Non sarebbe servito a nulla, ma il dolore alle nocche l’avrebbe distratto un po’.
La bambina rosa si voltò un momento verso la donna che la teneva per mano, come smarrita. Carlo continuava a interrogarsi su quella sera: il rifiuto, quella voce un po’ da stronza che a lui tanto piaceva, il metro che li divideva all’istante della domanda, i due metri che li dividevano poco dopo la risposta, i tre metri, i quattro metri, e via dicendo. La bimba intanto era riuscita a divincolarsi dalla mano che tentava di frenarla. Stai a vedere che adesso viene pure a rompere i coglioni. Fece due o tre passetti verso di lui. Le scarpine laccate con la fibbia ricordarono a Carlo i tempi dell’asilo. Facili le cose, quella volta. Il ragazzo stava calibrando bene le parole da dire per togliersi dai piedi quella fastidiosa presenza senza eccedere in livore o volgarità. Ma lei lo anticipò.
“Signore, perché non piangi?” domandò.
Spiazzato.
“Che… che cosa?” balbettò Carlo in tutta risposta.
“Tu sei triste” continuò la bimba “Io quando sono triste piango, e così sto meglio”. Solo a quel punto Carlo si rese conto che per tutto quel tempo lo sguardo di quell’esserino non era stato propriamente curioso, ma quasi preoccupato. Possibile che le bambine vestite di rosa siano così empatiche? Si passò una mano sulle guance. Asciutte. In effetti, da mercoledì non gli era capitato nemmeno una volta di piangere. Chissà, forse gli avrebbe fatto bene veramente, ma proprio non gli riusciva. Poi sul treno, in mezzo a tutta quella gente, non era granché dignitoso. Fu allora che una lacrima scese dall’angolo dell’occhio sinistro della bambina. La piccola iniziò a piangere, ma come piange un grande, in silenzio, senza farsi notare, singhiozzando appena. Carlo era assolutamente confuso, e ora si sentiva anche un po’ in colpa: cosa aveva fatto di male?
Ma lei lo tranquillizzò:
“Mi sa che non sai piangere, signore, ma stai calmo: piango io per te. Quando sono triste e qualcuno piange con me, sto meglio perché so che c’è qualcuno che mi vuole bene.”
Spiazzato, di nuovo. La signora che teneva la bimba per mano la recuperò in fretta e chiese scusa a Carlo per il disturbo, poi accorgendosi che la piccola piangeva tirò fuori un fazzoletto e le pulì il viso. Alla fermata successiva scesero tutte e due. La bambina salutò Carlo con la mano, sorridendo. Carlo sentì gli occhi umidi e il cuore un po’ più leggero. Si infilò le cuffie nelle orecchie e accese il lettore.


